Influenza, quanto ci costi?

Influenza, quanto ci costi?

Una banale influenza si traduce in un “prezzo” sociale davvero imponente, che va a gravare sui conti sia del SSN sia dei cittadini. Lo dicono i freddi numeri: il costo dell’influenza stagionale equivale addirittura a mezzo punto di Pil. Una stima confermata dai dati del primo studio nazionale che ha valutato il prezzo sostenuto dalle famiglie confrontandoli con quelli sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La prossima stagione influenzale, che è stata preventivamente definita di intensità media, prevede cinque milioni di contagiati a cui si aggiungono gli italiani colpiti dalle infezioni respiratorie simil-influenzali di origine virale, che si fanno sentire durante tutti i 12 mesi, a differenza dell’influenza vera e propria che incide in un preciso e conosciuto periodo dell’anno.

Prezzo sociale sia per il SSN sia per i cittadini

La ricerca, condotta da Roberto Dal Negro, responsabile del Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria (Cesfar) di Verona, in collaborazione con Research & Clinical Governance di Verona e AdRes Health Economics and Outcome Research di Torino, ha rilevato che il SSN spende circa 16 euro, soprattutto per antibiotici e corticosteroidi, mentre le famiglie spendono 27 euro in medicinali di fascia C a totale carico del cittadino. Complessivamente, tantissimi soldi.

I pazienti più gravi i più “onerosi”

“Per il SSN – precisa Nardini – la maggioranza dei costi deriva dalla gestione dei pazienti più gravi: il 39% della spesa è imputabile ai ricoveri, il 15% agli accessi in pronto soccorso. Per la società e per le famiglie l’aggravio maggiore è invece causato dalla perdita di denaro connessa alle assenze sul lavoro: l’88% del costo annuo di influenza e sindromi simil-influenzali deriva infatti dalle assenze lavorative, una spesa ‘silenziosa’ che passa quasi inosservata, ma che pesa sul Pil”.

Ancora pochi si vaccinano

La vaccinazione è un’arma di prevenzione ancora poco seguita dagli italiani. “I dati dello studio – spiega Dal Negro – mostrano inoltre che un quarto dei soggetti intervistati spenderebbe di tasca propria oltre 20 euro per prevenire un episodio di influenza o una sindrome simil-influenzale, anche se nel caso dell’influenza la pratica della vaccinazione, pur a basso costo per la famiglia e per il SSN, risulta ancora sottoutilizzata. Di fatto, nonostante il 70% degli intervistati consideri essenziale la vaccinazione, solo il 14% si vaccina ogni anno e circa il 60% non lo ha mai fatto”. Di conseguenza, aumentano i malati, gli assenti dal lavoro e il Pil perde mezzo punto.

Il successo non è raggiungibile? L’analisi di LinkedIn

Il successo non è raggiungibile? L’analisi di LinkedIn

Ne è convinto un italiano su cinque: il successo è una sorta di miraggio, qualcosa di irraggiungibile.“In questo periodo storico, riuscire a emergere, farsi notare, ottenere risultati e magari venire anche premiati per il nostro lavoro – ha dichiarato Marcello Albergoni, Head of Italy di LinkedIn- non è così semplice e scontato”. Secondo la ricerca ‘This Is Success’, realizzata da LinkedIn, il 41% dei lavoratori italiani pensa di non avere successo e, addirittura, il 38% non sa se riuscirà mai a ottenerlo. Di questi, uno su cinque (20%) afferma addirittura che non lo raggiungerà mai. Gli uomini (44%) hanno un approccio più positivo rispetto alle donne (42%) e i millennial sembrano essere i più sognatori e, nonostante più di uno su due (59%) creda di non avere ancora raggiunto il successo, quasi uno su quattro (24%) è convinto di raggiungerlo nei prossimi cinque anni.

La soddisfazione non viene dal lavoro

Un’analisi, condotta da YouGov tra ottobre e novembre 2017, su un campione di oltre 18 mila intervistati in 16 Paesi, tra cui Italia, Francia, Australia, Inghilterra, Stati Uniti, ha rivelato come a livello globale la definizione di successo corrisponda principalmente all’essere felici (73%), allo stare bene (70%) e al passare del tempo con la propria famiglia (56%), relegando agli ultimi posti quindi l’aspetto professionale.

Gli italiani cercano il benessere

Per il 69% degli oltre mille lavoratori intervistati il successo coincide con lo stare bene, per il 67% significa essere felici, per il 53% avere un buon equilibrio tra vita privata e professionale. In fondo alla classifica le voci: guadagnare più dei propri amici (4%) e ottenere un aumento (13%). La maggior parte dei professionisti, sia a livello nazionale (31%) che internazionale (28%), vorrebbe che la società oggi desse meno valore al concetto di successo.

Ciò che conta sono gli affetti, il tempo per se stessi

La difficoltà nel raggiungere il successo e il rischio di non ottenerlo possono esporre a depressione e infelicità. In un’epoca in cui la società e il business ci richiedono di essere sempre always-on, senza però riconoscere sufficientemente lo sforzo prodotto per essere performanti, l’aspetto più importante della propria giornata diventa il tempo dedicato a se stessi, ai propri affetti.

La campagna LinkedIn

Per dare ai propri utenti spunti utili per seguire i sogni, LinkedIn ha deciso di avviare una nuova campagna internazionale ‘#InItTogether’, che arriva in Italia con il nome di ‘#SogniamoInGrande’. L’iniziativa coinvolge alcuni utenti e influencer italiani presenti sulla piattaforma che hanno deciso di raccontare la loro storia di successo

Imprese italiane, sempre meno giovani al comando

Imprese italiane, sempre meno giovani al comando

L’imprenditoria italiana è giovane? Mica tanto, o meglio non più. In base ai dati rilevati da Unioncamere-InfoCamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni, pare proprio che ci siano sempre meno giovani al timone delle aziende tricolori.

In calo il numero degli ad under 50

L’elaborazione condotta da Unioncamere-InfoCamere indica che tra marzo 2013 e marzo 2018 le cariche di amministratore nelle imprese del nostro Paese sono cresciute di circa 48mila unità, ma continuano a diminuire i giovani al comando.  In totale, infatti, nei 5 anni presi in esame la percentuale di amministratori con più di 50 anni è passata dal rappresentare il 53,3 al 61% del totale delle cariche, con una perdita invece di 7,7 punti percentuali per quella degli under 50.

Più dinamiche le classi dirigenziali “mature”

I dati rivelano che sono molto più dinamiche le classi dirigenziali mature rispetto a quelle giovani. Al 31 marzo di quest’anno, riporta Adnkronos, gli amministratori di imprese in Italia sono 3,8 milioni, quasi 50 mila unità in più rispetto alla stessa data di cinque anni fa. Questo movimento si riferisce però alle classi di età degli over 50, mentre i capitani d’impresa giovani segnano il passo. Tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli over 70 di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50. Dall’altro lato, invece, i numeri sono in negativo. Gli amministratori con un’età inferiore a 50 anni a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni, ovvero con una contrazione di di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013). Di questi,  251 mila appartengono alla classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila a quella under 30.

Italia divisa in due, meglio il Sud del Nord

Ci sono anche delle significative differenze geografiche. I dati evidenziano che nelle ripartizioni del Centro e del Mezzogiorno si assiste complessivamente ad una crescita nel numero degli amministratori (79mila in più nei 5 anni in esame, di cui 30mila al Centro e 49mila al Sud). Negativo invece l’andamento nelle circoscrizioni settentrionali, con una riduzione più lieve nel Nord-Est (-8mila unità, -1,0%) e più rilevante nel Nord-Ovest (-24mila unità, -2,0%).

Gli over spopolano in tutta Italia

Nonostante le diversità fra Nord e Sud, si assiste però a una costante:  lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane coinvolge l’intero territorio nazionale.

Occhio al pacchetto turistico: il vademecum per una vacanza senza guai

Occhio al pacchetto turistico: il vademecum per una vacanza senza guai

Programmare le proprie vacanze può essere divertente, ma richiede tempo e spesso diventa fonte di dubbi e perplessità sulla meta, gli alberghi da prenotare e la costruzione dell’itinerario. Ecco quindi che per molti nasce l’esigenza di acquistare i pacchetti turistici, nati per facilitare la scelta e soddisfare le passioni e le esigenze di chi parte.

Ogni pacchetto però può comprendere criteri organizzativi e standard differenti, ecco quindi che occorre prestare una grande attenzione nell’affidarvisi. Il rischio di incappare in brutte sorprese che trasformano il sogno della vacanza ideale in un incubo è sempre in agguato.

Le indicazioni dell’Unione nazionale consumatori

A far luce su tutti i fronti, l’Unione nazionale consumatori, che suggerisce a chi parte una serie di precauzioni:

– Richiedere copia del contratto che si sottoscrive, accertando che faccia chiaro riferimento alle offerte contenute nei cataloghi informativi, vincolanti per l’organizzatore.

– Se si sottoscrive una polizza di assicurazione, leggere attentamente le condizioni contrattuali (occhio alle voci che riguardano le franchigie, le spese non rimborsabili, etc.).

– Qualora la destinazione sia un Paese straniero, verificare la necessità di adempimenti burocratici o sanitari (documenti di espatrio, visto di ingresso, vaccinazioni, etc.).

– Opporsi, per iscritto, ad eventuali richieste di ulteriori esborsi da parte dell’agenzia quando mancano meno di venti giorni alla partenza (entro tale termine la legge vieta qualsiasi maggiorazione del prezzo e se l’aumento eccede il 10% del costo complessivo del pacchetto, il consumatore potrà comunque recedere dal contratto).

Le regole della vacanza

Esistono, inoltre, una serie di regole che, secondo l’Unione nazionale consumatori, da seguire anche durante la vacanza.

– Il soggiorno deve svolgersi esattamente come previsto (ogni modifica del programma o della sistemazione alberghiera legittimano il consumatore al rimborso del prezzo per la prestazione non goduta oltre al risarcimento del danno).

– Rivolgersi ai rappresentanti dell’organizzazione sul posto per segnalare ogni difformità rispetto al contratto di viaggio (è utile precostituire la prova scritta delle lamentele inoltrate).

– Documentare gli eventuali disagi tramite fotografie, dichiarazioni sottoscritte da altri turisti, fatture di spesa (saranno indispensabili per ottenere dal Giudice il risarcimento dei danni).

E al rientro?

– Entro 10 giorni dal rientro, nel caso di difformità o disservizi, formalizzare un reclamo con richiesta di rimborso a mezzo lettera raccomandata a.r. indirizzata all’agenzia di viaggi, al tour operator e per conoscenza all’Unione nazionale consumatori.

– Conservare, in ogni caso, il catalogo, la documentazione di viaggio e la documentazione comprovante l’eventuale inadempimento del tour operator.

In molti al rientro dalle ferie si trovano nella situazione di dover esprimere lamentele e dissensi per aver prenotato una vacanza, magari attratti da un prezzo allettante, per poi scoprire al momento della partenza (e in alcuni casi all’arrivo nel luogo di villeggiatura) che si trattava di qualcosa di difforme. Queste le mosse per far valere i propri diritti, anche se la migliore forma di difesa, comunque, rimane la prevenzione. Sarebbe bene diffidare dai prezzi stracciati a fronte di immagini allettanti, così come in caso di annunci on line è sempre meglio chiedere i dati anagrafici e sentirsi anche per telefono.

Altri stratagemmi per la vacanza perfetta?

Non esitare poi a chiedere qualche fotografia in più sia degli esterni che degli interni, fare una ricerca sul web sui siti di recensioni o per avere un’idea generale del posto. Infine, cercare su Google maps l’indirizzo pubblicizzato può rivelarsi utile per assicurarsi della posizione, nonché e dell’esistenza stessa della struttura.

A Milano la mobilità è più sostenibile

A Milano la mobilità è più sostenibile

Milano è la città italiana più sostenibile dal punto di vista della mobilità. Su quattro città italiane il capoluogo lombardo si piazza davanti a Torino, Roma e Palermo, staccando di netto le altre. Questo è il risultato del rapporto Living. Moving. Breathing. Ranking of 4 major Italian cities on Sustainable Urban Mobility, realizzato dal Wuppertal Institute per conto di Greenpeace.

Si tratta dell’approfondimento di uno studio diffuso lo scorso maggio su 13 città europee in materia di sostenibilità dei trasporti. Utilizzando la stessa metodologia, sono stati utilizzati i dati relativi al 2016 provenienti da fonti pubbliche ufficiali o dalle amministrazioni delle 4 città.

21 indicatori sintetizzati in 5 parametri

Le città sono state analizzate attraverso 21 indicatori, sintetizzati in 5 parametri: sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva.

In termini di punteggio Milano stacca nettamente le altre, anche se le differenze di punteggio complessivo non sono marcate. I punteggi specifici ottenuti sui diversi parametri, però, rendono un quadro più chiaro delle profonde differenze tra i vari contesti urbani, riferisce Adnkronos. Il risultato di Milano è determinato da buone performance in materia di trasporto pubblico e mobility management: gli stessi indicatori che hanno maggiormente determinato il risultato negativo di Palermo.

Tutte superano i livelli di concentrazione massimi di biossido di azoto

Torino è risultata la città con le strade più insicure, ed anche la città con l’aria più inquinata. Ma l’inquinamento atmosferico è grave in ognuna delle 4 città: tutte superano i livelli di concentrazione massimi previsti dalle normative per il biossido di azoto.

La Capitale mostra inoltre indirizzi molto deboli di mobility management, che disincentivano poco o affatto l’uso del mezzo privato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40% dei tempi di spostamento. A Palermo i livelli di congestionamento del traffico sono perfino leggermente superiori.

Manca una concezione integrata della mobilità

La disponibilità di servizi di bike e car sharing è buona a Milano, modesta a Roma e nel capoluogo siciliano. La qualità del trasporto pubblico è l’indicatore sul quale si registrano le distanze maggiori tra i quattro sistemi urbani: da Milano, che ha un Tpl europeo, al bassissimo livello di utilizzo dei mezzi pubblici da parte dei palermitani. Questi ultimi utilizzano un mezzo privato per il 75% degli spostamenti in città, i milanesi vi ricorrono invece solo nel 43% dei casi. Quello che manca alle città italiane è una concezione integrata della mobilità. “Agire per potenziare un singolo aspetto – spiega Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace – senza saldarlo fortemente a ogni altra forma di mobilità sostenibile, porta a risultati molto parziali”.

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Se il Pil del nostro Paese registra un incremento pari a 1,5% le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%. Le prime stime delle emissioni nel 2017 mostrano infatti un andamento che sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018. Ed è coerente con il trend degli anni passati: già nel 2016 le emissioni totali di gas serra erano diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente.

Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico), e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali.

L’obiettivo dell’Ue al 2020 prevede il 20% dei consumi energetici da fonti rinnovabili

Si tratta di alcuni dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra, presentato a Roma dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Per quanto riguarda gli obiettivi futuri di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020, l’Unione Europea prevede il raggiungimento di una quota del 20% di fonti energetiche rinnovabili rispetto al totale dei consumi energetici, riporta Adnkronos. E il pacchetto per il clima e l’energia 2020 prevede per l’Ue un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica rispetto allo scenario ‘business as usual’, e una riduzione del 20% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

… e del 40% delle emissioni entro il 2030

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti dal pacchetto Unione dell’energia, che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungere l’obiettivo i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets: edilizia, agricoltura, rifiuti e trasporti) dell’Ue dovranno ridurre le emissioni del 43% (rispetto al 2005), e quelli non interessati dall’Ets del 30% (rispetto al 2005). Ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi nazionali vincolanti per gli Stati membri.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni dei settori industriali del 13%

Per il raggiungimento di tali obiettivi, a livello Europeo, sono stati adottate la direttiva Eu-Ets per la riduzione delle emissioni di gas serra dei grandi impianti dei settori energetico e industriale e dell’aviazione, e l’Esd (Effort Sharing Decision), che ripartisce, a livello nazionali, gli obiettivi per i settori che non rientrano nell’Ets.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo, secondo l’Ispra, sarà molto probabilmente raggiunto: infatti negli anni dal 2013 al 2016 le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente, contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.

La vacanza per gli italiani è ecosostenibile

La vacanza per gli italiani è ecosostenibile

Gli italiani sono sempre più ecosostenibili e attenti all’ambente. Anche nella scelta delle vacanze. Lo rivela lo studio Sustainable Travel Report condotto dal sito di prenotazioni online Booking.com su scala globale, dal quale risulta che il trend dei “viaggi green” sia in continua crescita. La maggior parte dei viaggiatori (l’87%) dichiara infatti di voler viaggiare in modo sostenibile, e circa 4 su 10 (39%) confermano di farlo sempre, o quasi sempre. Tuttavia, il 48% degli intervistati sostiene di non riuscire a viaggiare mai (oppure solo raramente) in modo sostenibile. Un dato che fa intravedere quanta strada ci sia ancora da fare per trasformare un trend in una realtà consolidata.

Circa la metà dei viaggiatori associa l’idea di viaggio sostenibile a soggiorni in strutture eco-friendly

Circa la metà dei viaggiatori (46%) associa l’idea di viaggio sostenibile a soggiorni in strutture eco-friendly o green. I motivi che spingono a scegliere questo tipo di soggiorno sono abbattere l’impatto sull’ambiente (40%), vivere un’esperienza locale (34%), e voler fare la scelta giusta rispetto alla struttura in cui si soggiorna (33%). Oltre due terzi (68%) dei viaggiatori poi dice di voler soggiornare in una struttura ecosostenibile nel 2018, in netta crescita rispetto al 2017 (65%) e al 2016 (62%).

Il viaggio stesso ispira sostenibilità

Ma cosa spinge le persone a voler viaggiare in modo sostenibile? Il viaggio stesso resta il fattore principale: sei persone su dieci (60%) affermano infatti che i fantastici panorami naturali visti durante i viaggi passati li hanno ispirati a viaggiare in modo più sostenibile, mentre oltre la metà (54%) dichiara di aver preso ispirazione dopo aver visto l’impatto del turismo sulle mete visitate.

Inoltre, il 40% pensa infatti che usare siti di prenotazione online possa garantire ulteriori filtri per trovare opzioni sostenibili o eco-friendly, mentre il 32% vorrebbe avere a disposizione uno standard internazionale che identifichi le strutture eco-friendly.

Costi e mancanza di certificazioni ostacolano la vacanza green

Per molte persone, però, viaggiare sostenibile costa ancora troppo rispetto ai viaggi tradizionali. Tuttavia, due terzi dei viaggiatori (67%) sono disposti a spendere almeno il 5% in più per assicurarsi che il viaggio abbia il minore impatto possibile sull’ambiente. La ricerca mostra anche che la mancanza di informazioni e di certificazioni attendibili possa rappresentare un ulteriore ostacolo ai viaggi ecosostenibili (32%). In particolare per i viaggiatori in India, Cina e Giappone, che considerano questo aspetto ancora più penalizzante rispetto agli eventuali costi elevati del viaggio

Arriva in Italia Samsung Pay, il nuovo sistema di pagamento da smartphone di Samsung Electronics

Arriva in Italia Samsung Pay, il nuovo sistema di pagamento da smartphone di Samsung Electronics

Arriva anche in Italia Samsung Pay, il sistema di pagamento elettronico di Samsung Electronics. Samsung Pay consente infatti di pagare da smartphone gli acquisti effettuati in qualsiasi esercizio commerciale che accetta le carte di credito, di debito o prepagate delle banche partner. Il servizio supporta la tecnologia Nfc (Near Field Communication) ed Mst (Magnetic Secure Transmission), e funziona con quasi tutti i terminali di pagamento e con i circuiti di pagamento aderenti.

Parole d’ordine, semplicità e sicurezza

Samsung Pay è stato progettato per rendere i pagamenti tramite smartphone sicuri, semplici e convenienti. “Dopo il recente lancio di Galaxy S9 e S9+, Samsung introduce da oggi un altro servizio innovativo che contribuirà a rendere più semplice la vita degli utenti dei nostri prodotti”, dichiara Carlo Barlocco, presidente di Samsung Electronics Italia. I partner del servizio sono Bnl, CheBanca!, Intesa Sanpaolo, Banca Mediolanum, Unicredit, Mastercard, Visa, Nexi e Sia.

Nel 2017 in Italia i pagamenti digitali con carta sono aumentati di oltre il 10%

Secondo i dati del nuovo studio dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2017 in Italia i pagamenti digitali con carta sono aumentati di oltre il 10%, raggiungendo un giro d’affari di 220 miliardi di euro.

Nel settore dei New Digital Payment, riferisce una notizia di Askanews, sono proprio i pagamenti tramite smartphone e tablet pc a fare la parte da leone. Non è un caso che i Mobile Proximity Payment, i pagamenti effettuati presso i punti vendita attraverso gli smartphone,  abbiano avuto una vera e propria impennata. E nel 2017 si sono registrati oltre 70 milioni di euro in transazioni, in netta crescita rispetto ai 10 milioni scarsi del 2016. Una modalità di pagamento che nel futuro sarà sempre più utilizzata: si stima che nel 2020 la cifra raggiunta dalle transazioni elettroniche potrebbe valere dai 3,2 ai 6,5 miliardi di euro.

La cashless society renderà la gestione del denaro totalmente trasparente

“Siamo convinti che il lancio in Italia di Samsung Pay contribuirà alla trasformazione del rapporto degli italiani con il denaro in direzione di quella ‘cashless society’ di cui si parla ormai da tempo – aggiunge il presidente di Samsung Electronics Italia – e che in alcuni Paesi è già una realtà capace di apportare benefici concreti al sistema paese nel suo complesso. Grazie anche al fatto di rendere la gestione del denaro totalmente trasparente”.

Istat, fatturato imprese mai così alto dal 2011

Istat, fatturato imprese mai così alto dal 2011

Buone, anzi ottime notizie per l’intero comparto dell’industria italiano. In base ai più recenti dati dell’Istat, infatti, il fatturato dell’industria, corretto per gli effetti di calendario, nel 2017 aumenta del 5,1%. Si tratta del valore più alto dal 2011, quando era pari al 6,8%.

Bene il manufatturiero

A registrare uno degli exploit migliori è il settore del manufatturiero, la cui crescita del fatturato in volume è pari al 3,3%. Sempre nella media del 2017 gli ordinativi segnano un aumento del 6,6% (dati grezzi).

Un anno in positivo

Come riporta l’agenzia LaPresse, in base ai dati raccolti dall’Istituto di Statistica il fatturato a dicembre 2017 ha segnato per il terzo mese consecutivo un incremento del 2,5% rispetto al mese precedente. L’indice destagionalizzato, pari a 110, raggiunge il livello più elevato da ottobre 2008. Nel quarto trimestre la crescita, rispetto al trimestre precedente, tocca il + 2,9%. Sempre a dicembre, gli ordinativi mostrano un deciso incremento del 6,5% rispetto a novembre e nel quarto trimestre l’aumento, sempre sui tre mesi antecedenti, è del 3,6%. Il merito del buon andamento del fatturato di dicembre va sia al mercato interno (+2,9%), sia a quello estero (+1,9%). Di segno più anche gli ordinativi: +7,6% per il mercato interno e +5,1% per quello estero. Il fatturato a dicembre cresce, inoltre, del 7,2% su anno, con incrementi del 7,3% sul mercato interno e del 7,1% su quello estero. Rispetto a dicembre 2016, l’indice grezzo del fatturato aumenta dello 0,7% grazie soprattutto  alla componente interna dell’energia. Incrementi sono registrati per tutti i settori, specie per il comparto manifatturiero, che aumenta del 17,6%. Nel confronto con il mese di dicembre 2016, l’indice grezzo degli ordinativi segna un aumento del 6,9% tendenziale. Tutti i settori, ad eccezione della metallurgia (-0,8%), registrano incrementi. Particolarmente significativi risultano quelli dell’elettronica (+22,6%) e delle apparecchiature elettriche (+21,4).

Prezzi al consumo in leggero aumento

L’Istat fotografa anche andamento dei prezzi al consumo: a gennaio 2018 l’indice nazionale dei prezzi, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su base mensile e dello 0,9% su base annua come a dicembre 2017. La stabilità dell’inflazione, segnala l’Istituto di Statistica, risente del rallentamento della crescita dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+0,4%, da +2,4% di dicembre 2017), dei Beni energetici non regolamentati (+2,5% da +4,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+1,3% da +2,8%), i cui effetti sono bilanciati dall’accelerazione dei prezzi degli Alimentari lavorati (+2,1% da +0,8%) e degli Energetici regolamentati (+6,4% da +3,7% del mese precedente). Su base annua la crescita dei prezzi dei beni sale lievemente a +1,3% da +1,1% di dicembre.

 

Ore di lavoro settimanali, in Europa siamo al penultimo posto

Ore di lavoro settimanali, in Europa siamo al penultimo posto

Chi l’avrebbe mai detto? Gli italiani sono tra i meno stakanovisti sul lavoro: anzi, sono i penultimi in  Europa per monte ore lavorate in media a settimana. Al primo posto della classifica dei lavoratori più solerti ci sono gli inglesi, all’ultimo posto, dopo di noi, i danesi.

Italiani, ci manca un’ora e mezza

In base ai dati divulgati da Eurostat, un lavoratore dipendente a tempo pieno in Italia lavora in media 38,8 ore la settimana, circa un’ora e mezza in meno della media europea. Gli inglesi, in assoluto i lavoratori più indefessi, mettono a segno un monte ore che tocca le 42,3 ore la settimana in media, mentre più “pigri” di noi sono i danesi con 37,8 ore di lavoro a settimana in media.

Grandi differenze tra Pubblico Impiego e privato

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, dice un proverbio. E in Italia è proprio così: sulla performance degli italiani pesa infatti l’orario di lavoro del pubblico impiego, fissato per contratto nel nostro Paese a 36 ore e in particolare i risultati del settore dell’educazione. Se si guarda all’industria, invece, i lavoratori dipendenti italiani con 40,5 ore medie lavorate alla settimana si trovano nella media europea (40,4) e risultano più ore in fabbrica anche rispetto ai tedeschi (39,8 ore).

La Pubblica Amministrazione abbassa la media

In merito al settore della Pubblica amministrazione, l’Italia è il Paese nel quale si lavorano meno ore la settimana (37,2 in media) a fronte delle 39,6 medie in Ue. L’Italia è ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell’educazione con 28,9 ore la settimana, circa dieci in meno della media Ue (38,1) e quasi 14 in meno del Regno Unito. Nel settore degli alberghi e della ristorazione i lavoratori dipendenti italiani sono impegnati in media 41,5 ore la settimana in linea con la media europea (più dei tedeschi che segnano 41,2 ore) mentre nel trasporto le ore lavorate sono 40,6 contro le 41,6 medie in Ue. Nel settore bancario e assicurativo i dipendenti italiani lavorano circa 39,4 ore (40,6 la media Ue). Nella sanità e servizi di cura i dipendenti sono impegnati per 37,5 ore in media, quasi due ore in media in meno rispetto alle 39,4 ore medie Ue (40,6 nel Regno Unito).

I lavoratori autonomi i più “sgobboni”

I lavoratori autonomi sono in assoluto quelli che macinano il maggior numero di ore di lavoro. In Italia gli indipendenti lavorano in media 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 ore medie in Ue (54,1 in Belgio). Tra questi lavorano di più in Italia quelli con dipendenti (48,7 ore a fronte delle 50,1 medie in Ue) rispetto a quelli senza dipendenti (44,5 ore a fronte delle 46,1 medie Ue).