A Milano la mobilità è più sostenibile

A Milano la mobilità è più sostenibile

Milano è la città italiana più sostenibile dal punto di vista della mobilità. Su quattro città italiane il capoluogo lombardo si piazza davanti a Torino, Roma e Palermo, staccando di netto le altre. Questo è il risultato del rapporto Living. Moving. Breathing. Ranking of 4 major Italian cities on Sustainable Urban Mobility, realizzato dal Wuppertal Institute per conto di Greenpeace.

Si tratta dell’approfondimento di uno studio diffuso lo scorso maggio su 13 città europee in materia di sostenibilità dei trasporti. Utilizzando la stessa metodologia, sono stati utilizzati i dati relativi al 2016 provenienti da fonti pubbliche ufficiali o dalle amministrazioni delle 4 città.

21 indicatori sintetizzati in 5 parametri

Le città sono state analizzate attraverso 21 indicatori, sintetizzati in 5 parametri: sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva.

In termini di punteggio Milano stacca nettamente le altre, anche se le differenze di punteggio complessivo non sono marcate. I punteggi specifici ottenuti sui diversi parametri, però, rendono un quadro più chiaro delle profonde differenze tra i vari contesti urbani, riferisce Adnkronos. Il risultato di Milano è determinato da buone performance in materia di trasporto pubblico e mobility management: gli stessi indicatori che hanno maggiormente determinato il risultato negativo di Palermo.

Tutte superano i livelli di concentrazione massimi di biossido di azoto

Torino è risultata la città con le strade più insicure, ed anche la città con l’aria più inquinata. Ma l’inquinamento atmosferico è grave in ognuna delle 4 città: tutte superano i livelli di concentrazione massimi previsti dalle normative per il biossido di azoto.

La Capitale mostra inoltre indirizzi molto deboli di mobility management, che disincentivano poco o affatto l’uso del mezzo privato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40% dei tempi di spostamento. A Palermo i livelli di congestionamento del traffico sono perfino leggermente superiori.

Manca una concezione integrata della mobilità

La disponibilità di servizi di bike e car sharing è buona a Milano, modesta a Roma e nel capoluogo siciliano. La qualità del trasporto pubblico è l’indicatore sul quale si registrano le distanze maggiori tra i quattro sistemi urbani: da Milano, che ha un Tpl europeo, al bassissimo livello di utilizzo dei mezzi pubblici da parte dei palermitani. Questi ultimi utilizzano un mezzo privato per il 75% degli spostamenti in città, i milanesi vi ricorrono invece solo nel 43% dei casi. Quello che manca alle città italiane è una concezione integrata della mobilità. “Agire per potenziare un singolo aspetto – spiega Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace – senza saldarlo fortemente a ogni altra forma di mobilità sostenibile, porta a risultati molto parziali”.

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Se il Pil del nostro Paese registra un incremento pari a 1,5% le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%. Le prime stime delle emissioni nel 2017 mostrano infatti un andamento che sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018. Ed è coerente con il trend degli anni passati: già nel 2016 le emissioni totali di gas serra erano diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente.

Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico), e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali.

L’obiettivo dell’Ue al 2020 prevede il 20% dei consumi energetici da fonti rinnovabili

Si tratta di alcuni dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra, presentato a Roma dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Per quanto riguarda gli obiettivi futuri di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020, l’Unione Europea prevede il raggiungimento di una quota del 20% di fonti energetiche rinnovabili rispetto al totale dei consumi energetici, riporta Adnkronos. E il pacchetto per il clima e l’energia 2020 prevede per l’Ue un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica rispetto allo scenario ‘business as usual’, e una riduzione del 20% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

… e del 40% delle emissioni entro il 2030

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti dal pacchetto Unione dell’energia, che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungere l’obiettivo i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets: edilizia, agricoltura, rifiuti e trasporti) dell’Ue dovranno ridurre le emissioni del 43% (rispetto al 2005), e quelli non interessati dall’Ets del 30% (rispetto al 2005). Ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi nazionali vincolanti per gli Stati membri.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni dei settori industriali del 13%

Per il raggiungimento di tali obiettivi, a livello Europeo, sono stati adottate la direttiva Eu-Ets per la riduzione delle emissioni di gas serra dei grandi impianti dei settori energetico e industriale e dell’aviazione, e l’Esd (Effort Sharing Decision), che ripartisce, a livello nazionali, gli obiettivi per i settori che non rientrano nell’Ets.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo, secondo l’Ispra, sarà molto probabilmente raggiunto: infatti negli anni dal 2013 al 2016 le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente, contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.

La vacanza per gli italiani è ecosostenibile

La vacanza per gli italiani è ecosostenibile

Gli italiani sono sempre più ecosostenibili e attenti all’ambente. Anche nella scelta delle vacanze. Lo rivela lo studio Sustainable Travel Report condotto dal sito di prenotazioni online Booking.com su scala globale, dal quale risulta che il trend dei “viaggi green” sia in continua crescita. La maggior parte dei viaggiatori (l’87%) dichiara infatti di voler viaggiare in modo sostenibile, e circa 4 su 10 (39%) confermano di farlo sempre, o quasi sempre. Tuttavia, il 48% degli intervistati sostiene di non riuscire a viaggiare mai (oppure solo raramente) in modo sostenibile. Un dato che fa intravedere quanta strada ci sia ancora da fare per trasformare un trend in una realtà consolidata.

Circa la metà dei viaggiatori associa l’idea di viaggio sostenibile a soggiorni in strutture eco-friendly

Circa la metà dei viaggiatori (46%) associa l’idea di viaggio sostenibile a soggiorni in strutture eco-friendly o green. I motivi che spingono a scegliere questo tipo di soggiorno sono abbattere l’impatto sull’ambiente (40%), vivere un’esperienza locale (34%), e voler fare la scelta giusta rispetto alla struttura in cui si soggiorna (33%). Oltre due terzi (68%) dei viaggiatori poi dice di voler soggiornare in una struttura ecosostenibile nel 2018, in netta crescita rispetto al 2017 (65%) e al 2016 (62%).

Il viaggio stesso ispira sostenibilità

Ma cosa spinge le persone a voler viaggiare in modo sostenibile? Il viaggio stesso resta il fattore principale: sei persone su dieci (60%) affermano infatti che i fantastici panorami naturali visti durante i viaggi passati li hanno ispirati a viaggiare in modo più sostenibile, mentre oltre la metà (54%) dichiara di aver preso ispirazione dopo aver visto l’impatto del turismo sulle mete visitate.

Inoltre, il 40% pensa infatti che usare siti di prenotazione online possa garantire ulteriori filtri per trovare opzioni sostenibili o eco-friendly, mentre il 32% vorrebbe avere a disposizione uno standard internazionale che identifichi le strutture eco-friendly.

Costi e mancanza di certificazioni ostacolano la vacanza green

Per molte persone, però, viaggiare sostenibile costa ancora troppo rispetto ai viaggi tradizionali. Tuttavia, due terzi dei viaggiatori (67%) sono disposti a spendere almeno il 5% in più per assicurarsi che il viaggio abbia il minore impatto possibile sull’ambiente. La ricerca mostra anche che la mancanza di informazioni e di certificazioni attendibili possa rappresentare un ulteriore ostacolo ai viaggi ecosostenibili (32%). In particolare per i viaggiatori in India, Cina e Giappone, che considerano questo aspetto ancora più penalizzante rispetto agli eventuali costi elevati del viaggio

Arriva in Italia Samsung Pay, il nuovo sistema di pagamento da smartphone di Samsung Electronics

Arriva in Italia Samsung Pay, il nuovo sistema di pagamento da smartphone di Samsung Electronics

Arriva anche in Italia Samsung Pay, il sistema di pagamento elettronico di Samsung Electronics. Samsung Pay consente infatti di pagare da smartphone gli acquisti effettuati in qualsiasi esercizio commerciale che accetta le carte di credito, di debito o prepagate delle banche partner. Il servizio supporta la tecnologia Nfc (Near Field Communication) ed Mst (Magnetic Secure Transmission), e funziona con quasi tutti i terminali di pagamento e con i circuiti di pagamento aderenti.

Parole d’ordine, semplicità e sicurezza

Samsung Pay è stato progettato per rendere i pagamenti tramite smartphone sicuri, semplici e convenienti. “Dopo il recente lancio di Galaxy S9 e S9+, Samsung introduce da oggi un altro servizio innovativo che contribuirà a rendere più semplice la vita degli utenti dei nostri prodotti”, dichiara Carlo Barlocco, presidente di Samsung Electronics Italia. I partner del servizio sono Bnl, CheBanca!, Intesa Sanpaolo, Banca Mediolanum, Unicredit, Mastercard, Visa, Nexi e Sia.

Nel 2017 in Italia i pagamenti digitali con carta sono aumentati di oltre il 10%

Secondo i dati del nuovo studio dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2017 in Italia i pagamenti digitali con carta sono aumentati di oltre il 10%, raggiungendo un giro d’affari di 220 miliardi di euro.

Nel settore dei New Digital Payment, riferisce una notizia di Askanews, sono proprio i pagamenti tramite smartphone e tablet pc a fare la parte da leone. Non è un caso che i Mobile Proximity Payment, i pagamenti effettuati presso i punti vendita attraverso gli smartphone,  abbiano avuto una vera e propria impennata. E nel 2017 si sono registrati oltre 70 milioni di euro in transazioni, in netta crescita rispetto ai 10 milioni scarsi del 2016. Una modalità di pagamento che nel futuro sarà sempre più utilizzata: si stima che nel 2020 la cifra raggiunta dalle transazioni elettroniche potrebbe valere dai 3,2 ai 6,5 miliardi di euro.

La cashless society renderà la gestione del denaro totalmente trasparente

“Siamo convinti che il lancio in Italia di Samsung Pay contribuirà alla trasformazione del rapporto degli italiani con il denaro in direzione di quella ‘cashless society’ di cui si parla ormai da tempo – aggiunge il presidente di Samsung Electronics Italia – e che in alcuni Paesi è già una realtà capace di apportare benefici concreti al sistema paese nel suo complesso. Grazie anche al fatto di rendere la gestione del denaro totalmente trasparente”.

Istat, fatturato imprese mai così alto dal 2011

Istat, fatturato imprese mai così alto dal 2011

Buone, anzi ottime notizie per l’intero comparto dell’industria italiano. In base ai più recenti dati dell’Istat, infatti, il fatturato dell’industria, corretto per gli effetti di calendario, nel 2017 aumenta del 5,1%. Si tratta del valore più alto dal 2011, quando era pari al 6,8%.

Bene il manufatturiero

A registrare uno degli exploit migliori è il settore del manufatturiero, la cui crescita del fatturato in volume è pari al 3,3%. Sempre nella media del 2017 gli ordinativi segnano un aumento del 6,6% (dati grezzi).

Un anno in positivo

Come riporta l’agenzia LaPresse, in base ai dati raccolti dall’Istituto di Statistica il fatturato a dicembre 2017 ha segnato per il terzo mese consecutivo un incremento del 2,5% rispetto al mese precedente. L’indice destagionalizzato, pari a 110, raggiunge il livello più elevato da ottobre 2008. Nel quarto trimestre la crescita, rispetto al trimestre precedente, tocca il + 2,9%. Sempre a dicembre, gli ordinativi mostrano un deciso incremento del 6,5% rispetto a novembre e nel quarto trimestre l’aumento, sempre sui tre mesi antecedenti, è del 3,6%. Il merito del buon andamento del fatturato di dicembre va sia al mercato interno (+2,9%), sia a quello estero (+1,9%). Di segno più anche gli ordinativi: +7,6% per il mercato interno e +5,1% per quello estero. Il fatturato a dicembre cresce, inoltre, del 7,2% su anno, con incrementi del 7,3% sul mercato interno e del 7,1% su quello estero. Rispetto a dicembre 2016, l’indice grezzo del fatturato aumenta dello 0,7% grazie soprattutto  alla componente interna dell’energia. Incrementi sono registrati per tutti i settori, specie per il comparto manifatturiero, che aumenta del 17,6%. Nel confronto con il mese di dicembre 2016, l’indice grezzo degli ordinativi segna un aumento del 6,9% tendenziale. Tutti i settori, ad eccezione della metallurgia (-0,8%), registrano incrementi. Particolarmente significativi risultano quelli dell’elettronica (+22,6%) e delle apparecchiature elettriche (+21,4).

Prezzi al consumo in leggero aumento

L’Istat fotografa anche andamento dei prezzi al consumo: a gennaio 2018 l’indice nazionale dei prezzi, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su base mensile e dello 0,9% su base annua come a dicembre 2017. La stabilità dell’inflazione, segnala l’Istituto di Statistica, risente del rallentamento della crescita dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+0,4%, da +2,4% di dicembre 2017), dei Beni energetici non regolamentati (+2,5% da +4,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+1,3% da +2,8%), i cui effetti sono bilanciati dall’accelerazione dei prezzi degli Alimentari lavorati (+2,1% da +0,8%) e degli Energetici regolamentati (+6,4% da +3,7% del mese precedente). Su base annua la crescita dei prezzi dei beni sale lievemente a +1,3% da +1,1% di dicembre.

 

Ore di lavoro settimanali, in Europa siamo al penultimo posto

Ore di lavoro settimanali, in Europa siamo al penultimo posto

Chi l’avrebbe mai detto? Gli italiani sono tra i meno stakanovisti sul lavoro: anzi, sono i penultimi in  Europa per monte ore lavorate in media a settimana. Al primo posto della classifica dei lavoratori più solerti ci sono gli inglesi, all’ultimo posto, dopo di noi, i danesi.

Italiani, ci manca un’ora e mezza

In base ai dati divulgati da Eurostat, un lavoratore dipendente a tempo pieno in Italia lavora in media 38,8 ore la settimana, circa un’ora e mezza in meno della media europea. Gli inglesi, in assoluto i lavoratori più indefessi, mettono a segno un monte ore che tocca le 42,3 ore la settimana in media, mentre più “pigri” di noi sono i danesi con 37,8 ore di lavoro a settimana in media.

Grandi differenze tra Pubblico Impiego e privato

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, dice un proverbio. E in Italia è proprio così: sulla performance degli italiani pesa infatti l’orario di lavoro del pubblico impiego, fissato per contratto nel nostro Paese a 36 ore e in particolare i risultati del settore dell’educazione. Se si guarda all’industria, invece, i lavoratori dipendenti italiani con 40,5 ore medie lavorate alla settimana si trovano nella media europea (40,4) e risultano più ore in fabbrica anche rispetto ai tedeschi (39,8 ore).

La Pubblica Amministrazione abbassa la media

In merito al settore della Pubblica amministrazione, l’Italia è il Paese nel quale si lavorano meno ore la settimana (37,2 in media) a fronte delle 39,6 medie in Ue. L’Italia è ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell’educazione con 28,9 ore la settimana, circa dieci in meno della media Ue (38,1) e quasi 14 in meno del Regno Unito. Nel settore degli alberghi e della ristorazione i lavoratori dipendenti italiani sono impegnati in media 41,5 ore la settimana in linea con la media europea (più dei tedeschi che segnano 41,2 ore) mentre nel trasporto le ore lavorate sono 40,6 contro le 41,6 medie in Ue. Nel settore bancario e assicurativo i dipendenti italiani lavorano circa 39,4 ore (40,6 la media Ue). Nella sanità e servizi di cura i dipendenti sono impegnati per 37,5 ore in media, quasi due ore in media in meno rispetto alle 39,4 ore medie Ue (40,6 nel Regno Unito).

I lavoratori autonomi i più “sgobboni”

I lavoratori autonomi sono in assoluto quelli che macinano il maggior numero di ore di lavoro. In Italia gli indipendenti lavorano in media 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 ore medie in Ue (54,1 in Belgio). Tra questi lavorano di più in Italia quelli con dipendenti (48,7 ore a fronte delle 50,1 medie in Ue) rispetto a quelli senza dipendenti (44,5 ore a fronte delle 46,1 medie Ue).

Banche, la digitalizzazione è già capitale

Banche, la digitalizzazione è già capitale

Tra i diversi settori produttori e di servizi presi in esame, quello bancario sembra essere il più smart in termini di digitalizzazione. E la sfida si gioca anche “tra l’altro, con operatori non bancari che offrono servizi senza i vincoli, anche regolamentari, che invece gravano sulle banche”. Lo rivela la 25a edizione del Rapporto Abi 2017 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria, presentato a Milano.

Profondi mutamenti in atto

Il report dell’Abi evidenzia inoltre che  sono in corso “profondi mutamenti nel settore bancario in Italia e in Europa: una riduzione del numero degli sportelli “fisici” e una riorganizzazione della rete, in favore dei canali telematici, con positivi effetti sulla flessibilità dell’organizzazione del lavoro; una crescita del numero di lavoratori impiegati nelle attività commerciali, di consulenza specializzata, di customer service anche fuori sede; una diminuzione del numero di lavoratori impiegati allo sportello e al back office; lo sviluppo di modalità alternative di relazione con il cliente, anche “a domicilio” e basate sull’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza”. Si tratta di aspetti che influiscono anche sulle “regole del diritto del lavoro – specifica il rapporto Abi – e sindacale che devono adeguarsi ad un nuovo contesto che, tra l’altro, comporta il progressivo superamento delle stesse nozioni di spazio e di tempo della prestazione lavorativa su cui, per decenni, sono state edificate le strutture normative che disciplinano il rapporto di lavoro”.

Il futuro della banca 4.0? Sarà il riconoscimento vocale

I cambiamenti tecnologici entreranno in banca in modo sempre più evidente. Ad esempio, per accedere ai servizi bancari basterà usare la propria voce, oppure sottoporsi alla scansione dell’iride o dell’impronta digitale. In questo modo non sarà più necessario non solo ricordare, ma anche possedere, pin o password. “L’intelligenza artificiale sta giocando un ruolo chiave e sono sempre di più le banche che decidono di adottare soluzioni di autenticazione biometrica intelligenti e di facile gestione per assicurare all’utente maggiori livelli di sicurezza, oltre a semplificare e digitalizzare la customer experience” affermano da Nuance Communication, uno dei principali fornitori mondiali di soluzioni vocali e documentali.

Biometria, un mercato da 30 miliardi entro il 2021

Secondo un recente report di Abi Research, il mercato della biometria supererà i 30 miliardi entro il 2021, registrando una crescita del 118% rispetto al 2015, mentre uno studio di Cnn Money ha rilevato che le tecnologie basate su biometria – nello specifico su autenticazione vocale – sono in grado di distinguere una voce reale da una registrata con una precisione superiore al 99% riducendo al minimo il rischio di frodi.

Cibo, quanto spreco: in Italia bruciamo 960Kcal al giorno

Cibo, quanto spreco: in Italia bruciamo 960Kcal al giorno

In un momento in cui si parla sempre più spesso di controllo dello spreco di cibo, con un’opinione pubblica ogni giorno più sensibilizzata sull’argomento, l’Italia si conferma una nazione sì “sprecona”, ma anche tra le prime in Europa a dotarsi di una normativa ad hoc.

Nel mondo un terzo dei prodotti alimentari va sprecato

I numeri diffusi dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, sono impressionanti e mettono in luce un fenomeno che va arginato. In base ai dati dell’organizzazione, nel mondo un terzo della massa dei prodotti alimentari (un quarto se espressi in energia) è sprecato (1.6 miliardi di tonnellate, circa 660 kcal/procapite/giorno, per un valore di circa 700 miliardi di euro), dalla produzione al consumo. Lo spreco alimentare, riporta una nota pubblicata da Askanews, genera effetti socio-economici e ambientali molto significativi.

Inquinamento come conseguenza dello spreco

Ma c’è ancora di più, perché lo spreco alimentare genera emissioni di gas-serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate (Gt) di anidride carbonica (CO2), pari a oltre il 7% delle emissioni totali (nel 2016 pari a 51.9 miliardi di tonnellate di CO2). Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati emettitori.

In Italia le prime leggi per contrastare il fenomeno

Come è accaduto in quasi tutti i paesi industrializzati del mondo, anche in Italia il problema dello spreco alimentare e dei suoi effetti è stato largamente sottostimato. Poi, complici anche i mutamenti socio-economici degli ultimi anni, i cambiamenti climatici e un’attenzione sempre maggiore alla sostenibilità in tutti i sensi, qualcosa è cambiato. Tra le priorità dell’ONU per lo sviluppo sostenibile c’è il dimezzamento (in energia alimentare pro capite) entro il 2030 degli sprechi globali in vendita al dettaglio e consumo e (genericamente) la riduzione di perdite in produzione e fornitura. E l’Italia, tra i pochissimi paesi dell’Unione Europea, ha approvata una delle prime leggi per normare e arginare questo problema.

Meno spreco alimentare, meno gas serra

Se il mondo riuscisse a ridurre lo spreco alimentare a livello globale, si avrebbe come diretta conseguenza una decisa riduzione di emissioni di gas serra. Un “tamponamento” che permetterebbe di tenere sotto controllo  alcuni degli impatti del cambiamento climatico, tra cui gli eventi estremi come alluvioni e prolungati periodi di siccità e l’innalzamento del livello del mare. Il primo rapporto tecnico condotto in Italia in materia,  “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali” a cura dell’Ispra, evidenzia che lo spreco alimentare in Italia, se misurato in termini energetici, rappresenti circa il 60% della produzione iniziale.

Milano, Monza Brianza e Lodi: 116 mila nuovi posti di lavoro nel trimestre settembre-novembre 2017

Milano, Monza Brianza e Lodi: 116 mila nuovi posti di lavoro nel trimestre settembre-novembre 2017

Opportunità in vista per chi cerca un’occupazione in Lombardia. Oltre il 16% delle imprese di Milano, Monza e Brianza e Lodi sono pronte ad assumere da qui a fine novembre. I nuovi posti di lavoro previsti sono oltre 116mila distribuiti nel trimestre settembre-novembre 2017. In percentuale, questo dato rappresenta il 12% del valore nazionale e oltre il 50% delle opportunità in Lombardia. Queste buone notizie per l’economia regionale sono state diffuse da Unioncamere – ANPAL, Sistema Informativo Excelsior, 2017 su un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi.

A Milano si cerca nel settore servizi

Nel capoluogo lombardo sono soprattutto le imprese dei servizi, escluso commercio e turismo, che prevedono di assumere di più: rappresentano il 43% del totale delle imprese che hanno in previsione nuove entrate entro fine novembre. Delle oltre 99mila nuove assunzioni stimate dalle imprese milanesi, più del 40% si colloca nei settori dei servizi alle imprese, il 16% nel commercio, il 12% nel turismo. Per l’83% della nuova forza lavoro si prevede un inquadramento come personale dipendente, di cui il 37,8% a tempo indeterminato. Prevista una quota del 37,7% delle nuove assunzioni per gli under 30. L’indirizzo economico è il più diffuso per i nuovi posti di lavoro per cui è richiesta una laurea (poco meno di 7mila le nuove assunzioni attese nel capoluogo lombardo per chi è in possesso di questo titolo di studio).

Stesso scenario a Monza e Brianza

La fotografia delle opportunità non cambia di molto a Monza e Brianza: anche in questo territorio sono le imprese dei servizi che prevedono di assumere di più e rappresentano il 34% delle attività che hanno in programma nuove entrate. Segue poi il settore manifatturiero (28%). Delle oltre 13.500 nuove assunzioni previste dalle imprese di Monza e Brianza, circa il 27% è nel campo dei servizi alle imprese,  il 21,8% nel manifatturiero e il 19,4% nel commercio. L’81,6% del personale sarà inquadrato come personale dipendente, di cui il 33,8% a tempo indeterminato. Prevista una quota del 37,4% delle nuove assunzioni per gli under 30.

E anche a Lodi

A Lodi le imprese dei servizi rappresentano il 38% delle attività che prevedono di assumere nei tre mesi considerati. Delle oltre 3.000 nuove assunzioni stimate dalle imprese di Lodi, circa il 30% si colloca nel settore manifatturiero, il 22,8% nei servizi alle imprese e il 14,1% nel commercio. Il 79,8% delle entrate è inquadrato come personale dipendente, di cui il 28,8% a tempo indeterminato. Prevista una quota del 39,9% delle nuove assunzioni per gli under 30. L’indirizzo insegnamento e formazione è il più diffuso per i nuovi posti di lavoro per cui è richiesta una laurea.

Serramenti e infissi, ecco le “istruzioni per l’uso” per usufruire delle detrazioni fiscali

Serramenti e infissi, ecco le “istruzioni per l’uso” per usufruire delle detrazioni fiscali

Se si devono montare o sostituire serramenti o infissi, conviene farlo non solo con produttori e installatori esperti, come R&T che è specializzato in serramenti in alluminio, ma anche sapendo che molte delle risorse investite possono essere detratte. L’Enea, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha infatti pubblicato un utile vademecum con tutte le novità e le specifiche per richiedere e ottenere le detrazioni.

Requisiti generali

Per poter usufruire delle detrazioni, l’immobile oggetto d’interventi deve rispondere ad alcuni requisiti generali:

-alla data della richiesta di detrazione, deve essere “esistente”, ossia accatastato o con richiesta di accatastamento in corso; 
-deve essere in regola con il pagamento di eventuali tributi; 
-deve essere dotato di impianto di riscaldamento

-in caso di ristrutturazione senza demolizione, se essa presenta ampliamenti, non è consentito far riferimento al comma 344, ma ai singoli commi 345, 346 e 347 solo per la parte non ampliata.

Requisiti tecnici specifici

-l’intervento deve configurarsi come sostituzione o modifica di elementi già esistenti (e non come nuova installazione); 
-deve delimitare un volume riscaldato verso l’esterno o verso vani non riscaldati;
- deve assicurare un valore di trasmittanza termica (Uw) inferiore o uguale al  valore di trasmittanza limite riportato in tabella 2 del D.M. 26 gennaio 2010.

Anche altre opere sono agevolate

Se sussistono le condizioni sopra riportate, possono essere agevolate anche le opere relative a: 
-scuri, persiane, avvolgibili, cassonetti (se solidali con l’infisso) e suoi elementi

-accessori, purché tale sostituzione avvenga simultaneamente a quella degli infissi (o del solo vetro). In questo caso, nella valutazione della trasmittanza, può considerarsi anche l’apporto degli elementi oscuranti, assicurandosi che il valore di trasmittanza complessivo non superi il valore limite di cui sopra.

Documentazione da conservare a cura del cliente

Il cliente deve avere e conservare:

-l’asseverazione redatta da un tecnico abilitato (ingegnere, architetto, geometra o perito) iscritto al proprio Albo professionale, nella quale deve essere indicato il valore di trasmittanza dei nuovi infissi (ricavato dalla documentazione tecnica in possesso del cliente o calcolato secondo modalità indicate sul sito dell’Enea ) e asseverato che tale valore rispetta il valore di trasmittanza limite riportato in tabella 2 del D.M. 26 gennaio 2010.

-in alternativa, la certificazione del produttore dell’infisso che attesti il rispetto dei medesimi requisiti. Inoltre:

-un documento che attesti il valore di trasmittanza dei vecchi infissi (che può essere stimato anche in modo approssimativo, utilizzando l’algoritmo appositamente elaborato e posto al link “per i tecnici” del sito Enea), che può essere riportato: all’interno della certificazione del produttore, in una zona a campo libero; in un’autocertificazione del produttore; nell’asseverazione. In base alle disposizioni di cui al D.M. 6 agosto 2009, l’asseverazione può essere:
sostituita dalla dichiarazione resa dal direttore dei lavori sulla conformità al progetto delle opere realizzate (obbligatoria ai sensi dell’Art.8, comma 2, del

D.Lgs. n°192 del 2005); oppure esplicitata nella relazione attestante la rispondenza alle prescrizioni per il contenimento del consumo di energia degli edifici e relativi impianti termici (che ai sensi dell’Art.28, comma 1, della L. n°10 del 1991 occorre depositare presso le amministrazioni competenti).

Il cliente è tenuto a conservare anche i documenti di tipo amministrativo quali: fatture relative alle spese sostenute; ricevuta del bonifico bancario o postale (modalità di pagamento obbligata nel caso di richiedente persona fisica), che rechi chiaramente come causale il riferimento alla legge finanziaria 2007, numero della fattura e relativa data, oltre ai dati del richiedente la detrazione e del beneficiario del bonifico; ricevuta dell’invio effettuato all’ENEA (codice CPID), che costituisce garanzia che la documentazione è stata trasmessa. Nel caso di invio postale, ricevuta della raccomandata postale;

Infine, il cliente deve anche possedere e conservare le schede tecniche; gli originali inviati all’ENEA firmati (dal tecnico e/o dal cliente); nel caso di interventi che non interessano singole unità immobiliari, dal 4 agosto 2013, l’Attestato di Prestazione Energetica (A.P.E.).

Come trasmettere i dati all’Enea

La documentazione da trasmettere all’ENEA va inviata esclusivamente attraverso l’apposito sito web relativo all’anno in cui sono terminati i lavori (per il 2017: http://finanziaria2017.enea.it), entro i 90 giorni successivi alla fine dei lavori, come da collaudo delle opere o nel caso di interventi di riqualificazione energetica di basso impatto (ad esempio la sostituzione di infissi), come da dichiarazione di conformità. (La richiesta di detrazione può essere trasmessa ad ENEA anche oltre i 90 giorni, qualora sussistano le condizioni riportate sul sito e si seguano le procedure in essa riportate).
Solo nel caso di interventi in singole unità immobiliari, ossia univocamente definite al Catasto urbano, tale documentazione consiste in: Allegato F al “decreto edifici” che può anche essere redatto dal singolo utente. In tutti i casi diversi da quelli di cui sopra (ad esempio, interventi che riguardano parti condominiali), la documentazione è la seguente: Attestato di qualificazione energetica, redatto da un tecnico abilitato, con i dati di cui all’Allegato A al “decreto edifici”; Scheda descrittiva dell’intervento (Allegato E al “decreto edifici”). 
Con il Dlgs 175/2014, in vigore dal 13 dicembre 2014, è stato soppresso l’obbligo di inviare una comunicazione per via telematica all’Agenzia delle Entrate, per i soli lavori che proseguono oltre il periodo di imposta.