Il settore manufatturiero è in ripresa. Ma servono investimenti e tecnologia

Il settore manufatturiero è in ripresa. Ma servono investimenti e tecnologia

Il peggio dovrebbe essere passato, ma per garantire al manifatturiero italiano una crescita nel prossimi quattro anni servono investimenti e una maggiore competitività all’estero. In questi anni difficili l’industria italiana si è rafforzata, e ora è “un’industria più resiliente anche alle incertezze internazionali”, spiega Gregorio De Felice, capo economista del gruppo Intesa Sanpaolo ad Askanews. Nello scenario al 2023 si prevede una ripresa rispetto alla situazione attuale, e una crescita più alta soprattutto per il settore dell’automobile, per la meccanica, il farmaceutico e per il largo consumo.

Il quadro nel complesso è positivo

Secondo il 95° Rapporto analisi dei settori industriali presentato da Intesa Sanpaolo e Prometeiam l’industria italiana continua a beneficiare delle basi solide su cui poggia storicamente. E l’analisi dei bilanci 2017 ne conferma un rafforzamento patrimoniale e di redditività. “Oggi l’industria italiana esporta il 48% di quanto produce sul nostro territorio – aggiunge De Felice – un’industria che ha investito e che ha cambiato il proprio modello di crescita, puntando molto di più sui mercati internazionali”.

Il quadro, insomma, nel complesso è positivo, pur con forti incertezze per il clima politico e per la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, oltre che per la situazione politica interna, in particolare in riferimento alle elezioni europee.

Grande attenzione al settore dell’automobile

“Il settore manufatturiero italiano – commenta Alessandra Lanza, Senior Partner di Promèteia – sta attraversando quest’anno un periodo di stasi, rimaniamo comunque su una tenuta del fatturato e ci attendiamo un recupero nel periodo di previsione 2020-23 con una intensificazione verso fine periodo”.

Grande attenzione è posta sul settore dell’automobile, con la transizione all’elettrico e l’introduzione di nuove tecnologie che appaiono come elementi decisivi per un forte rilancio del comparto. “L’elettrificazione delle auto – sottolinea De Felice – rappresenta un’opportunità gigantesca per investire di più, per fare un cambio epocale dalla vecchia auto, dai vecchi motori, a sistemi di alimentazione diversi”.

Stimolare gli investimenti pubblici e quelli delle imprese

“Al traino del settore dell’auto  seguirà tutta la componentistica in primis, ma anche il settore dell’elettrotecnica – chiarisce Lanza -. Ci immaginiamo che i settori tradizionali del Made in Italy facciano anch’essi fatica quest’anno per l’incertezza sui mercati internazionali, ma poi ritornino a rafforzare le proprie posizioni competitive dall’anno prossimo, sfruttando l’ottimo posizionamento che hanno raggiunto negli ultimi anni, e la grande flessibilità che hanno nel riuscire a cogliere mercati sempre in crescita, riposizionando le proprie esportazioni con la classica flessibilità degli esportatori italiani”.

Tra le possibili ricette per sostenere questo trend, De Felice individua due aspetti in particolare, stimolare gli investimenti pubblici e quelli delle imprese, “che hanno accumulato un forte divario rispetto ad altri partner europei”.

Tax Free Shopping, +13% i primi 3 mesi del 2019

Tax Free Shopping, +13% i primi 3 mesi del 2019

Il 2019 è iniziato bene per il Tax Free Shopping in Italia: da gennaio a marzo si registra infatti un incremento del 13% rispetto al medesimo periodo del 2018. E cresce anche lo scontrino medio dei turisti internazionali, attestandosi a 831 euro, + 9% rispetto al medesimo trimestre del 2018.

A trainare le vendite in questo primo trimestre 2019 è la categoria merceologica Abbigliamento e pelletteria, che ha registrato un incremento del 10% rispetto ai primi tre mesi del 2018, con uno scontrino medio pari a 796 euro (+8%). Aumento anche per la categoria Orologi e gioielli con acquisti tax free: +34% sul 2018, e +23% dello scontrino medio dedicato, pari a 3.382 euro.

Cinesi, russi e americani sul podio

È quanto emerge dai dati di Global Blue, la società di rimborso imposte sullo shopping del turismo, che in termini di nazionalità segnalano la conferma dei turisti cinesi, con un peso del 29% sul totale delle vendite Tax Free in Italia, seguiti da russi (14% del totale) e statunitensi (6% del totale).

Nel primo trimestre 2019, i Globe Shopper cinesi hanno fatto registrare un incremento del 4% nelle vendite Tax Free rispetto al medesimo periodo di un anno fa, con uno scontrino medio di 1.213 euro (+15), quasi il doppio di quello dei turisti russi (649 euro). Trend positivo anche per i viaggiatori statunitensi, con un Tax Free Shopping che cresce del 32% e uno scontrino medio in aumento dell’8% (1.004 euro).

Svizzeri +72% e arabi +51%

In questi primi tre mesi del 2019, i dati Global Blue evidenziano però incrementi significativi di acquisti Tax Free anche da parte dei turisti svizzeri, che fanno registrare incrementi del 72%, e arabi (+51%). Questi ultimi, seppure interessanti dal punto di vista del valore degli acquisti, hanno ancora una presenza e un peso minoritario nel nostro Paese.

Milano, Roma, Firenze e Venezia le capitali degli acquisti

Quanto alle mete di viaggio dei turisti internazionali gli acquisti Tax Free a Milano hanno registrato un incremento del 16%, a Roma del 13%, a Firenze del 11% e a Venezia del 19%.

In questo primo trimestre 2019 i dati Global Blue confermano Milano come meta prediletta dei Tax Free Shopper di tutte le principali nazionalità di turisti. Nel periodo considerato a Milano si registra lo scontrino medio più alto (1.164 euro, +14%), mentre Roma riporta uno scontrino medio di 917 euro (+7%), e Firenze di 858 euro (+13%), riporta Adnkronos.

Ma a riportare il maggior incremento nelle vendite è Venezia (+19%) dove i turisti extra Ue hanno speso in media 1.071 euro (+8%).

Carte prepagate: 26 milioni di italiani le usano. Ma quanto costano?

Carte prepagate: 26 milioni di italiani le usano. Ma quanto costano?

Le carte prepagate sono più utilizzate di quelle di credito: 26 milioni di italiani le usano regolarmente, e negli anni compresi fra il 2003 e il 2017 la loro diffusione in Italia è cresciuta mediamente del 30% anno su anno. Esistono due macro-categorie di carte prepagate, quelle tradizionali, che offrono ai proprietari funzionalità base, e le cosiddette avanzate o carte conto, che a differenza delle prime sono dotate di un Iban e consentono di effettuare operazioni più complesse, come bonifici e addebito di utenze.

Spesso si tende a pensare che le carte prepagate siano prodotti a costo zero. In realtà raramente è così, e se non si fa attenzione a come vengono utilizzate, la spesa potrebbe essere salata.

Più di 4 milioni l’hanno avuta a 18 anni

È quanto emerge da un’analisi realizzata per Facile.it dall’istituto mUp Research in collaborazione con Norstat, su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta. Secondo la ricerca a utilizzare le prepagate con più frequenza sono le donne (63% rispetto al 57% degli uomini), i consumatori con età compresa tra i 18 e i 34 anni (67%) e i residenti nelle regioni del Sud Italia e Isole (65%). Il successo di questo strumento di pagamento presso il pubblico più giovane è confermato anche da un altro dato. Se infatti si guarda all’età in cui è stata ricevuta la prima carta prepagata emerge che sono più di 4 milioni gli italiani che dichiarano di averla avuta a 18 anni.

Limiti e disponibilità

Le carte prepagate, a differenza delle altre carte elettroniche, sono caratterizzate da limiti di natura operativa spesso abbastanza stringenti: importo massimo di ricarica e pagamento, numero di prelievi consentiti, somma prelevabile per ciascuna operazione e giornata, eccetera. Il consiglio è quindi di leggere con attenzione i fogli informativi prima di scegliere la carta prepagata, e assicurarsi che il numero di operazioni consentite corrisponda alle proprie esigenze.

Quanto costa usare una prepagata?

Il primo costo da considerare, riporta Askanews, è quello legato al rilascio della carta: una spesa una tantum che varia da 5 a 10 euro. A cui a volte si aggiunge anche una prima ricarica obbligatoria. In questo caso l’impegno economico è nell’ordine di 5-10 euro. Le carte prepagate dotate di Iban, soprattutto se abilitate a effettuare bonifici, hanno poi un canone annuale, in media tra 10 e 15 euro l’anno, che in alcuni casi può arrivare anche a 24 euro. Tra gli altri costi variabili vi è quello per la ricarica della carta, che se effettuata a uno degli sportelli fisici delle filiali della banca emittente può arrivare fino a 3 euro. O quello relativo al prelievo di denaro. Presso un ATM della banca emittente il costo varia tra 1 e 2 euro, ma aumenta se avviene presso un ATM di un altro operatore o presso uno sportello fisico. In questo caso si parte da 2 euro fino ad arrivare anche a 5 euro.

 

Produzione industriale in ripresa a gennaio. I dati Istat

Produzione industriale in ripresa a gennaio. I dati Istat

Il 2019 si è aperto con un segno positivo per la produzione industriale italiana. L’indice destagionalizzato a gennaio 2019 è aumentato dell’1,7% rispetto a dicembre. L’indice destagionalizzato mensile mostra inoltre aumenti congiunturali diffusi in tutti i comparti, e se aumenta in misura marcata l’energia (+6,4%), con una dinamica meno accentuata crescono anche i beni di

consumo (+2,4%), i beni intermedi (+1,0%) e i beni strumentali (+0,3%).

Nella media del trimestre novembre-gennaio, secondo dati Istat, il livello destagionalizzato della produzione però è diminuito dell’1,8% rispetto ai tre mesi precedenti. E se corretto per gli effetti di calendario, a gennaio 2019 l’indice è diminuito in termini tendenziali dello 0,8%, poiché i giorni lavorativi sono stati 22, come a gennaio 2018.

Aumento per energia, diminuzione per beni intermedi, di consumo e strumentali

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a gennaio 2019 un accentuato aumento tendenziale per l’energia (+11,7%), mentre diminuiscono i beni intermedi (-3,3%), i beni di consumo (-2,7%) e, in misura più contenuta i beni strumentali (-1,7%).

I settori di attività che registrano le variazioni tendenziali positive più rilevanti sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria (+14,8%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,4%), e fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (+2,2%).

Le diminuzioni maggiori si registrano nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-10,5%), metallurgia e prodotti in metallo esclusi macchine e impianti (-8,8%) e attività estrattive (-4,6%).

Una dinamica dei prezzi stazionaria

A gennaio 2019 l’Istituto di statistica stima inoltre una dinamica congiunturale stazionaria dell’indice dei prezzi alla produzione dell’industria, mentre, su base annua, registra una crescita del 3,4%. Sul mercato interno i prezzi alla produzione dell’industria rimangono invariati su dicembre e aumentano del 4,4% su base annua. Al netto del comparto energetico la dinamica congiunturale è positiva (+0,2%) mentre si riduce in misura ampia l’incremento tendenziale (+0,9%).

Nel trimestre novembre 2018-gennaio 2019 l’Istat stima inoltre un incremento dei prezzi alla produzione nell’industria dello 0,1% sul trimestre precedente, riferisce Adnkronos.

Prodotti farmaceutici e industria tessile ampio aumento sul mercato interno

La dinamica congiunturale dei prezzi è positiva sul mercato interno (+0.2%) e negativa su quello estero (-0.3%). I settori manifatturieri che si caratterizzano per il più ampio aumento tendenziale sul mercato interno sono la fabbricazione di prodotti farmaceutici e l’industria tessile (rispettivamente +2,0% e +1,9%). In calo invece i prodotti petroliferi raffinati (-2,9%). Sul mercato estero area euro la variazione positiva più intensa (+2,8%) si registra per l’industria chimica e per le altre industrie manifatturiere, mentre il settore dei mezzi di trasporto mostra la flessione maggiore (-1,7%). Per l’area non euro la crescita tendenziale più rilevante si registra per i prodotti chimici (+4,1%), mentre il decremento più marcato si rileva per i prodotti petroliferi raffinati (-5,3%).

Gli italiani stringono la cinghia, soprattutto al Nord

Gli italiani stringono la cinghia, soprattutto al Nord

La lotta tra la ripresa dei consumi e l’incertezza del futuro è impari, e gli italiani sono pronti a stringere la cinghia. Il 70,5% di loro è infatti convinto che nei prossimi dodici mesi non potrà spendere di più per i consumi. Il dato risulta più alto nei territori con una maggiore capacità di spesa, il 75,9% al Nord-Ovest, il 69,4% al Nord-Est, il 67,3% al Centro e il 68,8% al Sud.

Il potere d’acquisto delle famiglie rimane quindi basso, e non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, segnando un -6,3% nel 2017 rispetto al 2008. Il tutto genera la mancanza di modelli di riferimento e un atteggiamento egoistico, amplificato dall’uso compulsivo dei social network.

I consumi stentano e i soldi restano fermi

È quanto emerge dalla ricerca Miti dei consumi, consumo dei miti realizzata dal Censis, in collaborazione con Conad, nell’ambito del progetto Il nuovo immaginario collettivo degli italiani. Dal rapporto, che fornisce un ritratto delle famiglie italiane al tempo del ritorno della recessione, risulta che i consumi continuano a stentare, e nel 2017 si attestano su un -2% rispetto al 2088. Inoltre, in una situazione di difficoltà di spesa i soldi restano fermi, e la liquidità è aumentata del 17,1% nel periodo 2008-2018.

La radice egoistica dell’egopower

Il mistero dei consumi che non ripartono non può essere spiegato solo dai redditi stagnanti e dall’incertezza, ma anche dall’emergere di una sorta di radice egoistica dell’egopower, il potere dell’ego. “Se la società è incattivita e ostile, allora tanto vale pensare a me stesso e alla mia famiglia”, si legge nel rapporto.

L’uso delle piattaforme digitali, poi, amplifica a dismisura la tendenza a pensare solo a se stessi. A oggi sono 9,7 milioni gli italiani compulsivi nell’uso dei social network, pubblicando di continuo post, foto, video per mostrare a tutti quello che fanno ed esprimere le loro idee, mentre i “pragmatici”, coloro che li usano per ampliare i propri circuiti relazionali, sono 12,4 milioni.

Il 90,8% degli italiani non ha modelli a cui ispirarsi

Tra gli altri utilizzatori dei social network 13,2 milioni sono definiti “spettatori”, nel senso che con regolarità leggono i post e guardano le foto degli altri, riporta Askanews, ma intervengono poco o per niente in prima persona.

Il primato dell’egopower però uccide anche i miti: il 90,8% degli italiani non ha modelli a cui ispirarsi, e il 49%, una percentuale che sale al 53,3% tra i più giovani, è convinto che oggi chiunque possa diventare famoso. Un immaginario collettivo in cui tutti sono divi o possono diventarlo, e allora nessuno lo è più.

Arriva Ultrabio, l’app italiana che accerta se il cibo è sano

Arriva Ultrabio, l’app italiana che accerta se il cibo è sano

Come fare per capire se durante i pasti stiamo assumendo sostanze tossiche? Semplice, ci affidiamo a Ultrabio, l’applicazione che permette di accertare se il cibo che mangiamo possiede livelli pericolosi di contaminazione. Ultrabio è stata messa a punto dalla fondazione Toscana Life Sciences di Siena “per colmare queste difficoltà oggettive e fornire un servizio alla collettività”, spiega l’amministratore delegato di Bioscience Research Center, Monia Renzi. Non si tratta di un’app pensata per gli esperti, ma fornisce report giornalieri e settimanali per permettere la correzione di eventuali criticità bilanciando l’alimentazione e restando sotto la soglia settimanale prevista.

Stimare l’esposizione teorica a sostanze chimiche

Con Ultrabio chiunque può gestire la propria alimentazione semplicemente mantenendo i pasti consumati sotto la soglia settimanale di esposizione ai contaminanti chimici consigliata, riporta Agi. “L’applicazione non è un dispositivo medico, ma rende possibile la stima dell’esposizione teorica a sostanze chimiche potenzialmente pericolose utilizzando il dato associato dall’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) all’alimento generico e di mettere in relazione il dato di assunzione al proprio peso corporeo”, continua Renzi.

Obiettivo, bilanciare rigore scientifico e semplicità

Uno degli obiettivi del team di ricerca è stato quello di bilanciare il rigore scientifico con la necessità di semplificazione dell’app. “Il prodotto finale – aggiunge Renzi – prende in considerazione i contaminanti più interessanti per l’utente in termini di salute e per i quali esistono dati completi e soglie di rischio specifiche”. Ccome ad esempio mercurio, cadmio, piombo e composti per fluorurati. Basta inserire i propri dati relativi a peso, sesso ed età, e accedere alla schermata che permette di inserire giorno per giorno le dosi di alimento consumato. Sono attivate anche funzioni specifiche per porre in condizioni di maggiore cautela le donne in stato interessante.

“Un sistema che memorizza le proprie abitudini alimentari per migliorarle”

Lo sviluppo dell’app è stato complesso, perché contiene un database completo con livelli di contaminazione scientificamente attendibili e aggiornati per oltre ottocento tipologie di alimenti combinabili tra loro. Ma come funziona? Al momento dell’inserimento dei dati per ogni sostanza chimica considerata l’utente può visualizzare graficamente il livello di esposizione soggettivo rispetto alla soglia settimanale consigliata dall’Efsa. Si tratta di “un sistema che permette di memorizzare le proprie abitudini alimentari e guidare l’utente al loro miglioramento con indicazioni pratiche semplici – sottolinea Renzi – basate sulle attuali conoscenze scientifiche in materia di contaminazione degli alimenti e sicurezza alimentare”.

Digital e green economy, i settori del lavoro di domani

Digital e green economy, i settori del lavoro di domani

Quali sono i due settori che più di tutti traineranno l’occupazione nei prossimi anni? La Digital Transformation e l’Ecosostenibilità, due macro-categorie all’interno delle quali rientrano lavori e professionalità differenti. E che in totale dovrebbero assorbire da sole circa il 30% del fabbisogno occupazionale previsto per il 2019-2023, stimato, complessivamente, tra i 2,5 e i 3,2 milioni di unità.

Lo sostiene l’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal sugli scenari di sviluppo a medio termine nel mercato del lavoro.

Big Data Analyst, Cyber Security Expert, Social Media Marketing Manager

A trainare la domanda delle aziende saranno i protagonisti della rivoluzione digitale (Big Data, intelligenza artificiale, Internet of Things), e la necessità di riconvertire impianti e flussi di lavoro per renderli ecologicamente avanzati. Secondo le previsioni del Rapporto,  la imprese della digital revolution dovrebbero ricercare tra 210mila e 267mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali o 4.0. Quindi, esperti nell’analisi dei dati, nella sicurezza informatica, nell’AI, e nell’analisi di mercato. Come Data Scientist, Big Data Analyst, Cloud Computing Expert, Cyber Security Expert, Business Intelligence Analyst, Social Media Marketing Manager e Artificial Intelligence Systems Engineer.

Fino a 600mila lavoratori green

Ancora più in alto si spingerà la green economy, con cui viene indicata la svolta eco-sostenibile dei settori produttivi, industriali e no. Qui la quota di occupati dovrebbe oscillare tra i 480mila e i 600mila lavoratori, ricercati dalle imprese soprattutto per sfruttare efficacemente le opportunità offerte dall’economia circolare, riferisce Skuola.net. Ci sarà spazio per figure tradizionali, declinate però in maniera diversa rispetto al passato, ma soprattutto per nuove professionalità. Alcuni esempi? L’esperto in gestione dell’energia, il chimico del verde, l’esperto di acquisti verdi, del marketing ambientale, l’installatore di impianti a basso impatto ambientale. I cosiddetti green jobs.

La maggior parte degli impieghi sarà in sostituzione

Allargando il discorso ai macro-settori, la quota maggiore di occupati verrà assorbita nel comparto dei servizi alle imprese, con una richiesta che potrebbe variare tra le 608mila e le 699 mila unità. A seguire i servizi sanitari e dell’istruzione (da 513mila a 629mila unità). Terzo posto per l’industria manifatturiera, che avrà bisogno di un numero di occupati compreso tra le 333 mila e le 471 mila unità. Molto, però, dipenderà dall’andamento dell’economia nazionale e internazionale, e soprattutto dal consistente turnover generazionale. Oltre tre quarti del fabbisogno occupazionale sarà collegato alle sostituzioni di lavoratori in uscita (2,1-2,3 milioni di unità). Mentre la crescita economica genererà, in maniera differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro tra le 427mila e le 905mila unità.

 

Come rinegoziare lo stipendio

Come rinegoziare lo stipendio

Si guadagna il giusto sul proprio posto di lavoro? Lo stipendio è in linea con la propria mansione e con l’andamento del mercato? In alcuni casi può essere necessario rinegoziare il proprio stipendio. Per farlo, però, bisogna essere preparati al meglio per affrontare una situazione che potrebbe essere non proprio facile, anche sotto il profilo personale.

Non farsi prendere dall’emotività

“Negoziare lo stipendio è sfidante, è qualcosa che mette in discussione non solo gli aspetti legati alla propria carriera ma anche quelli più vicini alla vita personale. Per questo motivo, bisogna prepararsi seriamente in vista del confronto con il proprio datore di lavoro. Bisogna essere pronti a parlare di aspettative specifiche e realistiche basate sulle proprie capacità, esperienze e tendenze del mercato, senza farsi prendere dall’emotività”, spiega Adriano Giudici, executive manager divisione engineering & manufacturing di Michael Page, gruppo specializzato nella selezione di professionisti, middle e top manager. Un altro passaggio fondamentale è quello di verificare se la propria retribuzione è il linea con la media nazionale. “Poi – suggerisce ancora Giudici – è necessario conoscere la situazione finanziaria della società ed è opportuno sapere se il proprio stipendio, o quello desiderato, è in linea con la retribuzione del mercato”.

Riflettere sulle esigenze personali

Prima di effettuare una richiesta bisogna capire quale livello salariale minimo potrebbe essere soddisfacente e quale è invece la retribuzione ideale, in modo da iniziare a negoziare sempre dal valore più alto e lasciare spazio alle proposte. Per identificare la cifra corretta bisogna pensare al costo della vita, alle tendenze del mercato e alla propria istruzione ed esperienza, senza tralasciare i desideri collegati al proprio percorso professionale per il breve, medio e lungo termine.

Non solo stipendio, le altre proposte da valutare

Quando ci si trova a negoziare bisogna sempre ricordarsi che il pacchetto retributivo non si limita solo al salario. L’offerta aziendale può comprendere formazione, orari flessibili, smart working, benefit etc. Inoltre, è molto importante valutare l’esistenza di un percorso di crescita e promozione chiaro e ben delineato.

Negoziare in modo deciso ma giusto

Importante il tempismo, inoltre, deve essere sempre il datore di lavoro ad affrontare per primo il tema del salario. All’interno di una negoziazione è fondamentale essere preparati e non perdere di vista i punti sostanziali della propria richiesta. Entrambe le parti auspicano alla situazione più vantaggiosa per loro e, per questo motivo, bisogna sempre rispettare l’interlocutore senza però mostrare indecisioni o insicurezze.

Influenza, quanto ci costi?

Influenza, quanto ci costi?

Una banale influenza si traduce in un “prezzo” sociale davvero imponente, che va a gravare sui conti sia del SSN sia dei cittadini. Lo dicono i freddi numeri: il costo dell’influenza stagionale equivale addirittura a mezzo punto di Pil. Una stima confermata dai dati del primo studio nazionale che ha valutato il prezzo sostenuto dalle famiglie confrontandoli con quelli sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La prossima stagione influenzale, che è stata preventivamente definita di intensità media, prevede cinque milioni di contagiati a cui si aggiungono gli italiani colpiti dalle infezioni respiratorie simil-influenzali di origine virale, che si fanno sentire durante tutti i 12 mesi, a differenza dell’influenza vera e propria che incide in un preciso e conosciuto periodo dell’anno.

Prezzo sociale sia per il SSN sia per i cittadini

La ricerca, condotta da Roberto Dal Negro, responsabile del Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria (Cesfar) di Verona, in collaborazione con Research & Clinical Governance di Verona e AdRes Health Economics and Outcome Research di Torino, ha rilevato che il SSN spende circa 16 euro, soprattutto per antibiotici e corticosteroidi, mentre le famiglie spendono 27 euro in medicinali di fascia C a totale carico del cittadino. Complessivamente, tantissimi soldi.

I pazienti più gravi i più “onerosi”

“Per il SSN – precisa Nardini – la maggioranza dei costi deriva dalla gestione dei pazienti più gravi: il 39% della spesa è imputabile ai ricoveri, il 15% agli accessi in pronto soccorso. Per la società e per le famiglie l’aggravio maggiore è invece causato dalla perdita di denaro connessa alle assenze sul lavoro: l’88% del costo annuo di influenza e sindromi simil-influenzali deriva infatti dalle assenze lavorative, una spesa ‘silenziosa’ che passa quasi inosservata, ma che pesa sul Pil”.

Ancora pochi si vaccinano

La vaccinazione è un’arma di prevenzione ancora poco seguita dagli italiani. “I dati dello studio – spiega Dal Negro – mostrano inoltre che un quarto dei soggetti intervistati spenderebbe di tasca propria oltre 20 euro per prevenire un episodio di influenza o una sindrome simil-influenzale, anche se nel caso dell’influenza la pratica della vaccinazione, pur a basso costo per la famiglia e per il SSN, risulta ancora sottoutilizzata. Di fatto, nonostante il 70% degli intervistati consideri essenziale la vaccinazione, solo il 14% si vaccina ogni anno e circa il 60% non lo ha mai fatto”. Di conseguenza, aumentano i malati, gli assenti dal lavoro e il Pil perde mezzo punto.

Il successo non è raggiungibile? L’analisi di LinkedIn

Il successo non è raggiungibile? L’analisi di LinkedIn

Ne è convinto un italiano su cinque: il successo è una sorta di miraggio, qualcosa di irraggiungibile.“In questo periodo storico, riuscire a emergere, farsi notare, ottenere risultati e magari venire anche premiati per il nostro lavoro – ha dichiarato Marcello Albergoni, Head of Italy di LinkedIn- non è così semplice e scontato”. Secondo la ricerca ‘This Is Success’, realizzata da LinkedIn, il 41% dei lavoratori italiani pensa di non avere successo e, addirittura, il 38% non sa se riuscirà mai a ottenerlo. Di questi, uno su cinque (20%) afferma addirittura che non lo raggiungerà mai. Gli uomini (44%) hanno un approccio più positivo rispetto alle donne (42%) e i millennial sembrano essere i più sognatori e, nonostante più di uno su due (59%) creda di non avere ancora raggiunto il successo, quasi uno su quattro (24%) è convinto di raggiungerlo nei prossimi cinque anni.

La soddisfazione non viene dal lavoro

Un’analisi, condotta da YouGov tra ottobre e novembre 2017, su un campione di oltre 18 mila intervistati in 16 Paesi, tra cui Italia, Francia, Australia, Inghilterra, Stati Uniti, ha rivelato come a livello globale la definizione di successo corrisponda principalmente all’essere felici (73%), allo stare bene (70%) e al passare del tempo con la propria famiglia (56%), relegando agli ultimi posti quindi l’aspetto professionale.

Gli italiani cercano il benessere

Per il 69% degli oltre mille lavoratori intervistati il successo coincide con lo stare bene, per il 67% significa essere felici, per il 53% avere un buon equilibrio tra vita privata e professionale. In fondo alla classifica le voci: guadagnare più dei propri amici (4%) e ottenere un aumento (13%). La maggior parte dei professionisti, sia a livello nazionale (31%) che internazionale (28%), vorrebbe che la società oggi desse meno valore al concetto di successo.

Ciò che conta sono gli affetti, il tempo per se stessi

La difficoltà nel raggiungere il successo e il rischio di non ottenerlo possono esporre a depressione e infelicità. In un’epoca in cui la società e il business ci richiedono di essere sempre always-on, senza però riconoscere sufficientemente lo sforzo prodotto per essere performanti, l’aspetto più importante della propria giornata diventa il tempo dedicato a se stessi, ai propri affetti.

La campagna LinkedIn

Per dare ai propri utenti spunti utili per seguire i sogni, LinkedIn ha deciso di avviare una nuova campagna internazionale ‘#InItTogether’, che arriva in Italia con il nome di ‘#SogniamoInGrande’. L’iniziativa coinvolge alcuni utenti e influencer italiani presenti sulla piattaforma che hanno deciso di raccontare la loro storia di successo