Economia sommersa, un business da 192 miliardi

Economia sommersa, un business da 192 miliardi

L’economia sommersa in Italia ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, e le attività illegali a essa correlate circa 19 miliardi. Nel 2017 l’economia non osservata valeva circa 211 miliardi di euro, il 12,1% del Pil nazionale. E le unità di lavoro irregolari nel 2017 erano 3 milioni 700 mila, in crescita di 25 mila unità rispetto al 2016. L’aumento della componente non regolare ha segnato la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato, scendendo dello 0,7% rispetto al 2015. I dati emergono dall’ultimo rapporto Istat, in cui le stime per il 2017, dopo il picco del 2014 (13,0%), confermano la tendenza alla riduzione dell’incidenza sul Pil della componente non osservata dell’economia.

Nel 2017 incidenza sul Pil lievemente ridotta

Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si era attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%. L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si era perciò lievemente ridotta, portandosi al 12,1% dal 12,2% nel 2016, e confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 era interamente dovuta alla riduzione del peso della componente riferibile al sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale restava stabile (1,1%).

Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare

In merito alla composizione dell’economia non osservata, ovvero al peso percentuale che ciascuna componente ha sul totale dell’economia non osservata, la correzione della sotto-dichiarazione del valore aggiunto risulta essere la componente più rilevante in termini percentuali: nel 2017 pesava il 46,1% (+0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente). Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare costituiva la seconda componente in termini di peso sul totale, attestandosi nel 2017 al 37,3% (-0,5 punti percentuali rispetto al 2016).

I settori più colpiti

L’incidenza del lavoro irregolare, rileva l’Istat, è più elevata nel settore dei servizi (16,8%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli altri servizi alle persone (47,7). In termini assoluti, nel comparto del commercio e quello degli altri servizi alle persone sono impiegate il 61% del totale delle unità di lavoro non regolari.

Il confronto tra settori evidenzia che in agricoltura l’incidenza del lavoro irregolare dipendente è quasi 5 volte superiore a quello del lavoro indipendente, mentre negli altri servizi alle imprese e nel comparto istruzione, sanità e assistenza sociale, il tasso di irregolarità degli indipendenti è oltre il doppio di quello dei dipendenti.

Imprese cybersecurity, +300% in meno di due anni

Imprese cybersecurity, +300% in meno di due anni

Tra la fine del 2017 e i primi tre mesi del 2019 le imprese italiane specializzate in servizi per la sicurezza informatica e la privacy sono aumentate di oltre il 300%, passando da poco meno di 700 a oltre 2.800 unità. Un vero e proprio boom per le aziende anti-hacker, capaci cioè di contrastare i rischi informatici legati all’era digitale. Secondo un’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio non si tratta solo di nuove aziende, ma anche di realtà già esistenti, e che negli ultimi 18 mesi hanno fatto ingresso nel comparto rivedendo la descrizione della propria attività prevalente.

Nel 2017 quasi 2 miliardi di euro di valore della produzione

A questo balzo nel numero degli operatori corrisponde un aumento ancora più marcato nel numero degli addetti, passati nello stesso periodo da 5.600 a 23.300 unità, e corrispondenti a una media di 8 addetti per azienda al 31 marzo di quest’anno. Dal punto di vista delle performance finanziarie, dei bilanci delle 562 imprese del comparto costituite nella forma di società di capitale, e che hanno presentato il bilancio negli ultimi tre anni (il 38% del totale), nel 2017 il valore della produzione è stato di quasi 2 miliardi di euro, +10,6% rispetto a quello realizzato dalle stesse imprese nel 2015. In media, ciò equivale a un valore della produzione di circa 2,4 milioni di euro pro-capite per le aziende della cyber-security tricolore.

Lombardia leader per fatturato, Lazio per numero di aziende

Con il 42,5% del totale (835 milioni) è la Lombardia la regione leader per fatturato realizzato dalle imprese del comparto. Secondo il Lazio, con 307 milioni, mentre la terza regione, molto distaccata, è l’Emilia Romagna (233 milioni), riporta Adnkronos. La concentrazione più elevata di imprese italiane impegnate nella lotta al cybercrime si registra nel Lazio, dove al 31 marzo scorso avevano sede 634 imprese (il 23% del totale). Dall’anali emerge ancora che sempre il Lazio si aggiudica la fetta più consistente della crescita assoluta di imprese votate alla cybersicurezza negli ultimi tre anni: 468 imprese in più tra 2017 e marzo 2019, il 22% dell’intero saldo nazionale.

Lombardia, Lazio e Trentino Alto Adige hanno creato più opportunità di lavoro

A seguire in entrambe le classifiche c’è la Lombardia (con 492 imprese residenti alla fine di marzo e un aumento di 371 aziende dal 2017). Inoltre, Campania, Sicilia e Puglia si segnalano, a seguire, come le regioni più sensibili al tema della sicurezza informatica e del contrasto professionale al cyber-crime. Mentre sono in Lombardia, Lazio e Trentino Alto Adige le imprese italiane che, sul fronte degli addetti, hanno creato più opportunità di lavoro nel settore. Con i loro 13.909 addetti rappresentano infatti il 60% di tutto il settore. In questa classifica, la Campania si colloca al quinto posto, ed la prima tra le regioni del Mezzogiorno con 1.153 addetti e il 4,9% del totale.

I Millennial non aiutano i genitori poco digitali

I Millennial non aiutano i genitori poco digitali

I Millennial sono preoccupati che i propri genitori possano diventare vittime di truffe online, ma spesso non li aiutano. Lo ammette il 25% dei Millennial a livello europeo e il 19% in Italia, che dichiara di cercare di evitare i famigliari che sembrano avere bisogno del loro supporto tecnologico.

Secondo una indagine condotta da Kaspersky molti Millennial si sentono chiedere sempre più spesso dai membri più anziani della famiglia un aiuto in campo tecnologico. E questa situazione ha portato un giovane su sette a temere che i genitori possano diventare vittime di truffe digitali quando loro non sono pronti ad aiutarli.

Più della metà si sente in dovere di offrire supporto tecnologico ai famigliari

La ricerca di Kaspersky rileva inoltre che se più della metà dei Millennial (55%) ammette di sentirsi in dovere nell’offrire un supporto tecnologico ai famigliari più anziani, questa percentuale per l’Italia tocca il 51%. Una condizione che si riflette sulle relazioni in generale e ha anche un impatto sulle scelte di acquisto dei più giovani. Quasi un terzo di loro, il 30% in Europa e il 28% per il campione italiano, ha dichiarato addirittura di non acquistare regali tecnologici per i propri parenti meno giovani per evitare di doversi occupare del loro settaggio, riferisce Adnkronos.

Una richiesta ormai comune in tutte le case del mondo

“Le generazioni più adulte hanno intenzione di proteggersi dal punto di vista tecnologico senza ricorrere ad alcun aiuto esterno, ma non possiedono le conoscenze di base. È un tema con il quale non hanno familiarità e sul quale circolano storie di cronaca piuttosto negative – commenta Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky – proprio per questo preferiscono avere al loro fianco le persone di cui si fidano. Questa è la causa per cui una richiesta che inizia con ‘Mi potresti…?’ è diventata comune in tutte le case del mondo”.

Trarre vantaggio dalla tecnologia, anche se fa paura

Anche se molti Millennial trovano queste pretese frustranti, molti di loro si sentono obbligati ad aiutare tecnologicamente i membri della propria famiglia. Nonostante si trovino a dover affrontare diverse sfide, come cercare di comprare una casa, formare una famiglia o fare passi avanti nella carriera.

“Il drastico aumento della presenza della tecnologia all’interno delle nostre automobili, dei nostri uffici e degli ambienti che frequentiamo ha messo tutte le generazioni di fronte ad una sfida: imparare costantemente a trarne vantaggio – aggiunge la psicoterapeuta Kathleen Saxton -. Quelli che hanno passato la mezza età possono sentirsi confusi da questi cambiamenti e temono di essere ingannati, di trovarsi esposti o di essere presi di mira, e spesso sono proprio i Millennial a salvarli”.

Il settore manufatturiero è in ripresa. Ma servono investimenti e tecnologia

Il settore manufatturiero è in ripresa. Ma servono investimenti e tecnologia

Il peggio dovrebbe essere passato, ma per garantire al manifatturiero italiano una crescita nel prossimi quattro anni servono investimenti e una maggiore competitività all’estero. In questi anni difficili l’industria italiana si è rafforzata, e ora è “un’industria più resiliente anche alle incertezze internazionali”, spiega Gregorio De Felice, capo economista del gruppo Intesa Sanpaolo ad Askanews. Nello scenario al 2023 si prevede una ripresa rispetto alla situazione attuale, e una crescita più alta soprattutto per il settore dell’automobile, per la meccanica, il farmaceutico e per il largo consumo.

Il quadro nel complesso è positivo

Secondo il 95° Rapporto analisi dei settori industriali presentato da Intesa Sanpaolo e Prometeiam l’industria italiana continua a beneficiare delle basi solide su cui poggia storicamente. E l’analisi dei bilanci 2017 ne conferma un rafforzamento patrimoniale e di redditività. “Oggi l’industria italiana esporta il 48% di quanto produce sul nostro territorio – aggiunge De Felice – un’industria che ha investito e che ha cambiato il proprio modello di crescita, puntando molto di più sui mercati internazionali”.

Il quadro, insomma, nel complesso è positivo, pur con forti incertezze per il clima politico e per la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, oltre che per la situazione politica interna, in particolare in riferimento alle elezioni europee.

Grande attenzione al settore dell’automobile

“Il settore manufatturiero italiano – commenta Alessandra Lanza, Senior Partner di Promèteia – sta attraversando quest’anno un periodo di stasi, rimaniamo comunque su una tenuta del fatturato e ci attendiamo un recupero nel periodo di previsione 2020-23 con una intensificazione verso fine periodo”.

Grande attenzione è posta sul settore dell’automobile, con la transizione all’elettrico e l’introduzione di nuove tecnologie che appaiono come elementi decisivi per un forte rilancio del comparto. “L’elettrificazione delle auto – sottolinea De Felice – rappresenta un’opportunità gigantesca per investire di più, per fare un cambio epocale dalla vecchia auto, dai vecchi motori, a sistemi di alimentazione diversi”.

Stimolare gli investimenti pubblici e quelli delle imprese

“Al traino del settore dell’auto  seguirà tutta la componentistica in primis, ma anche il settore dell’elettrotecnica – chiarisce Lanza -. Ci immaginiamo che i settori tradizionali del Made in Italy facciano anch’essi fatica quest’anno per l’incertezza sui mercati internazionali, ma poi ritornino a rafforzare le proprie posizioni competitive dall’anno prossimo, sfruttando l’ottimo posizionamento che hanno raggiunto negli ultimi anni, e la grande flessibilità che hanno nel riuscire a cogliere mercati sempre in crescita, riposizionando le proprie esportazioni con la classica flessibilità degli esportatori italiani”.

Tra le possibili ricette per sostenere questo trend, De Felice individua due aspetti in particolare, stimolare gli investimenti pubblici e quelli delle imprese, “che hanno accumulato un forte divario rispetto ad altri partner europei”.

Tax Free Shopping, +13% i primi 3 mesi del 2019

Tax Free Shopping, +13% i primi 3 mesi del 2019

Il 2019 è iniziato bene per il Tax Free Shopping in Italia: da gennaio a marzo si registra infatti un incremento del 13% rispetto al medesimo periodo del 2018. E cresce anche lo scontrino medio dei turisti internazionali, attestandosi a 831 euro, + 9% rispetto al medesimo trimestre del 2018.

A trainare le vendite in questo primo trimestre 2019 è la categoria merceologica Abbigliamento e pelletteria, che ha registrato un incremento del 10% rispetto ai primi tre mesi del 2018, con uno scontrino medio pari a 796 euro (+8%). Aumento anche per la categoria Orologi e gioielli con acquisti tax free: +34% sul 2018, e +23% dello scontrino medio dedicato, pari a 3.382 euro.

Cinesi, russi e americani sul podio

È quanto emerge dai dati di Global Blue, la società di rimborso imposte sullo shopping del turismo, che in termini di nazionalità segnalano la conferma dei turisti cinesi, con un peso del 29% sul totale delle vendite Tax Free in Italia, seguiti da russi (14% del totale) e statunitensi (6% del totale).

Nel primo trimestre 2019, i Globe Shopper cinesi hanno fatto registrare un incremento del 4% nelle vendite Tax Free rispetto al medesimo periodo di un anno fa, con uno scontrino medio di 1.213 euro (+15), quasi il doppio di quello dei turisti russi (649 euro). Trend positivo anche per i viaggiatori statunitensi, con un Tax Free Shopping che cresce del 32% e uno scontrino medio in aumento dell’8% (1.004 euro).

Svizzeri +72% e arabi +51%

In questi primi tre mesi del 2019, i dati Global Blue evidenziano però incrementi significativi di acquisti Tax Free anche da parte dei turisti svizzeri, che fanno registrare incrementi del 72%, e arabi (+51%). Questi ultimi, seppure interessanti dal punto di vista del valore degli acquisti, hanno ancora una presenza e un peso minoritario nel nostro Paese.

Milano, Roma, Firenze e Venezia le capitali degli acquisti

Quanto alle mete di viaggio dei turisti internazionali gli acquisti Tax Free a Milano hanno registrato un incremento del 16%, a Roma del 13%, a Firenze del 11% e a Venezia del 19%.

In questo primo trimestre 2019 i dati Global Blue confermano Milano come meta prediletta dei Tax Free Shopper di tutte le principali nazionalità di turisti. Nel periodo considerato a Milano si registra lo scontrino medio più alto (1.164 euro, +14%), mentre Roma riporta uno scontrino medio di 917 euro (+7%), e Firenze di 858 euro (+13%), riporta Adnkronos.

Ma a riportare il maggior incremento nelle vendite è Venezia (+19%) dove i turisti extra Ue hanno speso in media 1.071 euro (+8%).

Carte prepagate: 26 milioni di italiani le usano. Ma quanto costano?

Carte prepagate: 26 milioni di italiani le usano. Ma quanto costano?

Le carte prepagate sono più utilizzate di quelle di credito: 26 milioni di italiani le usano regolarmente, e negli anni compresi fra il 2003 e il 2017 la loro diffusione in Italia è cresciuta mediamente del 30% anno su anno. Esistono due macro-categorie di carte prepagate, quelle tradizionali, che offrono ai proprietari funzionalità base, e le cosiddette avanzate o carte conto, che a differenza delle prime sono dotate di un Iban e consentono di effettuare operazioni più complesse, come bonifici e addebito di utenze.

Spesso si tende a pensare che le carte prepagate siano prodotti a costo zero. In realtà raramente è così, e se non si fa attenzione a come vengono utilizzate, la spesa potrebbe essere salata.

Più di 4 milioni l’hanno avuta a 18 anni

È quanto emerge da un’analisi realizzata per Facile.it dall’istituto mUp Research in collaborazione con Norstat, su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta. Secondo la ricerca a utilizzare le prepagate con più frequenza sono le donne (63% rispetto al 57% degli uomini), i consumatori con età compresa tra i 18 e i 34 anni (67%) e i residenti nelle regioni del Sud Italia e Isole (65%). Il successo di questo strumento di pagamento presso il pubblico più giovane è confermato anche da un altro dato. Se infatti si guarda all’età in cui è stata ricevuta la prima carta prepagata emerge che sono più di 4 milioni gli italiani che dichiarano di averla avuta a 18 anni.

Limiti e disponibilità

Le carte prepagate, a differenza delle altre carte elettroniche, sono caratterizzate da limiti di natura operativa spesso abbastanza stringenti: importo massimo di ricarica e pagamento, numero di prelievi consentiti, somma prelevabile per ciascuna operazione e giornata, eccetera. Il consiglio è quindi di leggere con attenzione i fogli informativi prima di scegliere la carta prepagata, e assicurarsi che il numero di operazioni consentite corrisponda alle proprie esigenze.

Quanto costa usare una prepagata?

Il primo costo da considerare, riporta Askanews, è quello legato al rilascio della carta: una spesa una tantum che varia da 5 a 10 euro. A cui a volte si aggiunge anche una prima ricarica obbligatoria. In questo caso l’impegno economico è nell’ordine di 5-10 euro. Le carte prepagate dotate di Iban, soprattutto se abilitate a effettuare bonifici, hanno poi un canone annuale, in media tra 10 e 15 euro l’anno, che in alcuni casi può arrivare anche a 24 euro. Tra gli altri costi variabili vi è quello per la ricarica della carta, che se effettuata a uno degli sportelli fisici delle filiali della banca emittente può arrivare fino a 3 euro. O quello relativo al prelievo di denaro. Presso un ATM della banca emittente il costo varia tra 1 e 2 euro, ma aumenta se avviene presso un ATM di un altro operatore o presso uno sportello fisico. In questo caso si parte da 2 euro fino ad arrivare anche a 5 euro.

 

Gli italiani stringono la cinghia, soprattutto al Nord

Gli italiani stringono la cinghia, soprattutto al Nord

La lotta tra la ripresa dei consumi e l’incertezza del futuro è impari, e gli italiani sono pronti a stringere la cinghia. Il 70,5% di loro è infatti convinto che nei prossimi dodici mesi non potrà spendere di più per i consumi. Il dato risulta più alto nei territori con una maggiore capacità di spesa, il 75,9% al Nord-Ovest, il 69,4% al Nord-Est, il 67,3% al Centro e il 68,8% al Sud.

Il potere d’acquisto delle famiglie rimane quindi basso, e non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, segnando un -6,3% nel 2017 rispetto al 2008. Il tutto genera la mancanza di modelli di riferimento e un atteggiamento egoistico, amplificato dall’uso compulsivo dei social network.

I consumi stentano e i soldi restano fermi

È quanto emerge dalla ricerca Miti dei consumi, consumo dei miti realizzata dal Censis, in collaborazione con Conad, nell’ambito del progetto Il nuovo immaginario collettivo degli italiani. Dal rapporto, che fornisce un ritratto delle famiglie italiane al tempo del ritorno della recessione, risulta che i consumi continuano a stentare, e nel 2017 si attestano su un -2% rispetto al 2088. Inoltre, in una situazione di difficoltà di spesa i soldi restano fermi, e la liquidità è aumentata del 17,1% nel periodo 2008-2018.

La radice egoistica dell’egopower

Il mistero dei consumi che non ripartono non può essere spiegato solo dai redditi stagnanti e dall’incertezza, ma anche dall’emergere di una sorta di radice egoistica dell’egopower, il potere dell’ego. “Se la società è incattivita e ostile, allora tanto vale pensare a me stesso e alla mia famiglia”, si legge nel rapporto.

L’uso delle piattaforme digitali, poi, amplifica a dismisura la tendenza a pensare solo a se stessi. A oggi sono 9,7 milioni gli italiani compulsivi nell’uso dei social network, pubblicando di continuo post, foto, video per mostrare a tutti quello che fanno ed esprimere le loro idee, mentre i “pragmatici”, coloro che li usano per ampliare i propri circuiti relazionali, sono 12,4 milioni.

Il 90,8% degli italiani non ha modelli a cui ispirarsi

Tra gli altri utilizzatori dei social network 13,2 milioni sono definiti “spettatori”, nel senso che con regolarità leggono i post e guardano le foto degli altri, riporta Askanews, ma intervengono poco o per niente in prima persona.

Il primato dell’egopower però uccide anche i miti: il 90,8% degli italiani non ha modelli a cui ispirarsi, e il 49%, una percentuale che sale al 53,3% tra i più giovani, è convinto che oggi chiunque possa diventare famoso. Un immaginario collettivo in cui tutti sono divi o possono diventarlo, e allora nessuno lo è più.

Digital e green economy, i settori del lavoro di domani

Digital e green economy, i settori del lavoro di domani

Quali sono i due settori che più di tutti traineranno l’occupazione nei prossimi anni? La Digital Transformation e l’Ecosostenibilità, due macro-categorie all’interno delle quali rientrano lavori e professionalità differenti. E che in totale dovrebbero assorbire da sole circa il 30% del fabbisogno occupazionale previsto per il 2019-2023, stimato, complessivamente, tra i 2,5 e i 3,2 milioni di unità.

Lo sostiene l’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal sugli scenari di sviluppo a medio termine nel mercato del lavoro.

Big Data Analyst, Cyber Security Expert, Social Media Marketing Manager

A trainare la domanda delle aziende saranno i protagonisti della rivoluzione digitale (Big Data, intelligenza artificiale, Internet of Things), e la necessità di riconvertire impianti e flussi di lavoro per renderli ecologicamente avanzati. Secondo le previsioni del Rapporto,  la imprese della digital revolution dovrebbero ricercare tra 210mila e 267mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali o 4.0. Quindi, esperti nell’analisi dei dati, nella sicurezza informatica, nell’AI, e nell’analisi di mercato. Come Data Scientist, Big Data Analyst, Cloud Computing Expert, Cyber Security Expert, Business Intelligence Analyst, Social Media Marketing Manager e Artificial Intelligence Systems Engineer.

Fino a 600mila lavoratori green

Ancora più in alto si spingerà la green economy, con cui viene indicata la svolta eco-sostenibile dei settori produttivi, industriali e no. Qui la quota di occupati dovrebbe oscillare tra i 480mila e i 600mila lavoratori, ricercati dalle imprese soprattutto per sfruttare efficacemente le opportunità offerte dall’economia circolare, riferisce Skuola.net. Ci sarà spazio per figure tradizionali, declinate però in maniera diversa rispetto al passato, ma soprattutto per nuove professionalità. Alcuni esempi? L’esperto in gestione dell’energia, il chimico del verde, l’esperto di acquisti verdi, del marketing ambientale, l’installatore di impianti a basso impatto ambientale. I cosiddetti green jobs.

La maggior parte degli impieghi sarà in sostituzione

Allargando il discorso ai macro-settori, la quota maggiore di occupati verrà assorbita nel comparto dei servizi alle imprese, con una richiesta che potrebbe variare tra le 608mila e le 699 mila unità. A seguire i servizi sanitari e dell’istruzione (da 513mila a 629mila unità). Terzo posto per l’industria manifatturiera, che avrà bisogno di un numero di occupati compreso tra le 333 mila e le 471 mila unità. Molto, però, dipenderà dall’andamento dell’economia nazionale e internazionale, e soprattutto dal consistente turnover generazionale. Oltre tre quarti del fabbisogno occupazionale sarà collegato alle sostituzioni di lavoratori in uscita (2,1-2,3 milioni di unità). Mentre la crescita economica genererà, in maniera differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro tra le 427mila e le 905mila unità.

 

Imprese italiane, sempre meno giovani al comando

Imprese italiane, sempre meno giovani al comando

L’imprenditoria italiana è giovane? Mica tanto, o meglio non più. In base ai dati rilevati da Unioncamere-InfoCamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni, pare proprio che ci siano sempre meno giovani al timone delle aziende tricolori.

In calo il numero degli ad under 50

L’elaborazione condotta da Unioncamere-InfoCamere indica che tra marzo 2013 e marzo 2018 le cariche di amministratore nelle imprese del nostro Paese sono cresciute di circa 48mila unità, ma continuano a diminuire i giovani al comando.  In totale, infatti, nei 5 anni presi in esame la percentuale di amministratori con più di 50 anni è passata dal rappresentare il 53,3 al 61% del totale delle cariche, con una perdita invece di 7,7 punti percentuali per quella degli under 50.

Più dinamiche le classi dirigenziali “mature”

I dati rivelano che sono molto più dinamiche le classi dirigenziali mature rispetto a quelle giovani. Al 31 marzo di quest’anno, riporta Adnkronos, gli amministratori di imprese in Italia sono 3,8 milioni, quasi 50 mila unità in più rispetto alla stessa data di cinque anni fa. Questo movimento si riferisce però alle classi di età degli over 50, mentre i capitani d’impresa giovani segnano il passo. Tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli over 70 di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50. Dall’altro lato, invece, i numeri sono in negativo. Gli amministratori con un’età inferiore a 50 anni a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni, ovvero con una contrazione di di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013). Di questi,  251 mila appartengono alla classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila a quella under 30.

Italia divisa in due, meglio il Sud del Nord

Ci sono anche delle significative differenze geografiche. I dati evidenziano che nelle ripartizioni del Centro e del Mezzogiorno si assiste complessivamente ad una crescita nel numero degli amministratori (79mila in più nei 5 anni in esame, di cui 30mila al Centro e 49mila al Sud). Negativo invece l’andamento nelle circoscrizioni settentrionali, con una riduzione più lieve nel Nord-Est (-8mila unità, -1,0%) e più rilevante nel Nord-Ovest (-24mila unità, -2,0%).

Gli over spopolano in tutta Italia

Nonostante le diversità fra Nord e Sud, si assiste però a una costante:  lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane coinvolge l’intero territorio nazionale.

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Nel 2017 le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%

Se il Pil del nostro Paese registra un incremento pari a 1,5% le emissioni di gas serra diminuiscono dello 0,3%. Le prime stime delle emissioni nel 2017 mostrano infatti un andamento che sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018. Ed è coerente con il trend degli anni passati: già nel 2016 le emissioni totali di gas serra erano diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente.

Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico), e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali.

L’obiettivo dell’Ue al 2020 prevede il 20% dei consumi energetici da fonti rinnovabili

Si tratta di alcuni dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra, presentato a Roma dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Per quanto riguarda gli obiettivi futuri di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020, l’Unione Europea prevede il raggiungimento di una quota del 20% di fonti energetiche rinnovabili rispetto al totale dei consumi energetici, riporta Adnkronos. E il pacchetto per il clima e l’energia 2020 prevede per l’Ue un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica rispetto allo scenario ‘business as usual’, e una riduzione del 20% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

… e del 40% delle emissioni entro il 2030

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti dal pacchetto Unione dell’energia, che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungere l’obiettivo i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets: edilizia, agricoltura, rifiuti e trasporti) dell’Ue dovranno ridurre le emissioni del 43% (rispetto al 2005), e quelli non interessati dall’Ets del 30% (rispetto al 2005). Ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi nazionali vincolanti per gli Stati membri.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni dei settori industriali del 13%

Per il raggiungimento di tali obiettivi, a livello Europeo, sono stati adottate la direttiva Eu-Ets per la riduzione delle emissioni di gas serra dei grandi impianti dei settori energetico e industriale e dell’aviazione, e l’Esd (Effort Sharing Decision), che ripartisce, a livello nazionali, gli obiettivi per i settori che non rientrano nell’Ets.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo, secondo l’Ispra, sarà molto probabilmente raggiunto: infatti negli anni dal 2013 al 2016 le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente, contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.